Versi

Elegante fuga di parole

23 maggio 2011

La pioggia scrive parole di vernice viola

che acide colano picchiettandomi il risveglio,

acerbo e umido, sporco di aria stanca e stufa.

Le vagine parlano con tono sommesso che ti fan sentire

come batte uno strillo di una tromba nella testa.

È l’inferno che avanza verso di me,

guida con i guanti bianchi, che eleganza si dirà

ma i fari troppo alti impestano un cielo

che di merda ne ha già troppa.

A sorsate freghi Dio

che a bere non ci è buono, butta giù un altro giorno

tanto anche la sbornia passerà.

L’affetto del soffice friggere di un’aspirina nell’acqua

ti rinvigorisce come la parole di tua madre da bambino,

suona come la puntina ballare sul dorso d’un vinile

con la lingua ti fa rabbrividire.

Freddo all’inferno, col ghiaccio sgomitolarsi da dentro

per entrarsi negli occhi lucidi, aperti come gambe

dove correre per cercare l’ultimo biglietto di un tram

per poi un giorno poter tornare a casa.

Ci scorre l’eroina dentro i tubi nei muri

e si che comprende come tutto si colori di vorticose pustole

sulle quali lasciarti scivolare come fosse il dorso di un dinosauro.

Giù giù giù, dove tutto può impregnarsi di più!

Dove sei vivo anche tu, che alzi la mano laggiù!

Le cicatrici son diventate solo poster strappati sulle colonne

che sanno del tuo piscio e sai d’averlo fatto apposta.

Invita il demonio a cena e lascialo a bocca asciutta,

scarabocchia l’anima di chi rimane dietro

a godersi il tuo arrancare senza capire che quello lì è proprio il passo tuo,

ridi al funerale,

sorridi che sei come la Monna Lisa,

solo più morto,

molto più morto.

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