Dicono tutti di essere Albert Serchowski, Prosa

Un coyote mi disse che ero morto ed io volli credergli

19 febbraio 2016

'Un coyote mi disse che ero morto ed io volli credergli' è un racconto onirico pubblicato su 'Il tricheco psichedelico'

Intro

Nel futuro le persone saranno troppo indaffarate per morire. 

Ogni cosa scorre affannata verso un qualcos’altro che non possiede un nome ben preciso e, senza alcuna prospettiva di altro, tutto cessa a mezz’aria e svolazza scivolando a terra, piano e lento come una piuma. L’assordante frastuono dell’oggi ci riempie il silenzio eterno, sicché è divenuto impossibile riposare. Una verità di cui è meglio divenire presto consapevoli è che, di questi tempi, non si muore più come una volta.

Quel futuro è arrivato. Il futuro di cui parliamo è adesso. Il futuro è già contemporaneo.

Al giorno d’oggi è impossibile ottenere una morte decente, nuove esigenze hanno significato nuove sfide per il business e quindi nuove opportunità per i pionieri del domani, gli “addormentatori“. Perfino un mestiere antico e, all’apparenza del senso comune, eterno come quello del semplice becchino ha dovuto fare i conti con il nuovo; chi si è saputo adeguare ha scoperto nuove fonti di lucro, chi ha tentennato ha ricevuto visita solamente da una triste e rumorosa agonia.

Morte 2.0 sarà un algoritmo fin troppo reale nel vostro domani, quella categoria temporale che noi chiamiamo il nostro oggi.

Negli ultimi venticinque anni sono fiorite come peonie una miriade di agenzie preposte ad addormentare chi si avviava al lungo viaggio e non poteva sopportare il frastuono esterno. Oggigiorno di agenzie di questo tipo se ne trovano ad ogni angolo di strada, ognuna con forfait a misura e servizi appropriati. Fatevi una passeggiata per i vialoni della città e potrete osservare le cassettine della posta intasate da volantini; accedete alla posta elettronica inondata da annunci pubblicitari; alzate lo sguardo per ammirare i banner olografici illuminare le facciate dei palazzi industriali in periferia, i cui mattoni rossastri riflettono la headline di DolceMorte™, una di queste agenzie.

Il viaggio che alla fine non vorrai non fare

Nello spot che passano alla televisione farfuglia qualcosa di incomprensibile quel senzatetto accovacciato sotto un portone, al riparo nel suo castello di cartone. Dall’atrio dell’improbabile dimora fissa con lo sguardo perso nel vuoto e un poco alticcio le parole sfregiate sui muri. Sa di non potersi permettere quel viaggio. Lui vorrebbe, questo è certo, ma non può.

Nel domani morire non sarà più un software freeware, quindi se non puoi permettertelo ti viene concesso un periodo di prova di 10 giorni, scaduti i quali, semplicemente, la morte finisce. Ficcatevelo in testa: nel domani la morte è shareware.

Parte 1 – F. 

Indosso una cravatta stretta a tinta unita. Blu scuro. Blu è il mio colore preferito, lo metto più o meno ovunque ed in ogni caso spicca a meraviglia sul mio completo, risaltando alla perfezione sulla camicia bianca di cotone di qualità che ho comprato due giorni fa. I ticchettii del sole scalfiscono a malapena la mia nuca sprofondando sulle scarpe lucide i cui riflessi smorzano un poco il bagliore dei mie denti appena sbiancati dal dentista. Come per moderare il bagliore indosso una cintura opaca, sulla quale il tocco della mia mano destra, appoggiata sulla fibbia, mi conferisce un’andatura sicura ma frizzante. Mi ripeto di non atteggiarmi da duro, non devo spaventare il cliente, so bene che se si intimorisce non potrò vendergli la morte.

Mi chiamo F. ed è il mio primo giorno di lavoro. Sono un addormentatore, o meglio sono ancora un apprendista. Vuol dire che sono in prova perciò ricevo circa un quarto dello stipendio ma so che, una volta conclusi 10 contratti, la mia posizione verrà valutata in azienda e potrò venir inserito nei quadri. Una cosa per volta. Ho un’agitazione moderata per un primo giorno, quindi sopperisco con un brusio di entusiasmo senza eccedere, sobriamente. Tengo bene a mente cosa mi fu detto al giorno di formazione sulla calma da mantenere per vendere un contratto: non si può, ripeto non si può mai ridere o sorridere a denti pieni per vendere un contratto di morte. Anche il business vuole la sua coerenza . Dal canto suo il completo mi aiuta ad accrescere un po’ di sicurezza e fiducia e penso a mia madre e ai soldi che ha speso per regalarmi questo vestito. Poi penso anche al bacio sulla fronte che mi ha spiccicato sull’uscio, sussurrandomi un dolce buona fortuna. Penso che andrà bene, andrà tutto bene.

Passeggio per il quartiere ancora incerto su quale campanello suonare. Mi dico amichevolmente che tutto sta ad iniziare, ciò mi fa forza ma preferisco comunque rimandare di qualche palazzo. Lascio scorrere le lancette e proseguo a passi calmi, cadenzati, perfettamente a ritmo senza intoppi, senza stonare. Allora mi rendo conto che non c’è il manto di una nuvola sù nel cielo, sono ricoperto da un intero velo azzurro monotonale; una leggera brezza sguscia nei due lati della giacca e si ricompone sulla fondo della schiena, a ridosso della piena incanalatura laddove le due correnti si contorcono in un balletto sensuale e si congiungono donandomi un leggero brivido e rinfrescandomi qual tanto che mi incita a proseguire il passeggio. Le ombre lunghe dei pioppi risucchiano la mia sagoma ed io senz’ombra scorro sul cemento. Se non fosse per il rumore scalpitante del tacco delle scarpe mi sarei illuso di pattinare.

Busso ad un paio di portoni; una giovane coppia che si auspica di non aver bisogno dei miei servizi per molti anni ancora; un cane che mi risponde abbaiando; una signora anziana cui deludo le aspettative che fosse il postino con la lettera di suo figlio al militare; il tizio in ferie che non si fa scrupoli a mandarmi all’inferno una volta conosciuta la mia proposta; case vuote e case piene che semplicemente non avevano voglia di morire.

Decisi di fare una piccola pausa in un punto della strada dove avevano abbattuto un albero e ne restava un tronco bello ampio alto circa venti centimetri; ci misi sotto il giornale letto a metà e mi sedetti. Sapete, per uno che non fuma e non beve abitualmente caffè prendersi una pausa pone parecchi dubbi su cosa debba realmente fare una persona in pausa. Fu allora che mi ci misi a riflettere di tutto impegno.

Metà mattinata era andata. Vuota, terribilmente vuota.

Parte 2 – A.

La tosse grassa è un bel cancro alla mia età. Ogni volta mi sembra di affogare tra i rantoli e m’immagino essere un vecchio pirata alla ricerca di qualche tesoro sommerso. In pieno naufragio mi sento in balia delle onde, arrrrghhh.

Devo prendere aria. L’unico sollievo di un corpo malandato è il sogno che le mie gambe stanche possano ancora correre qualche storia avventurosa, e Dio solo sa che se solamente avessi pochi più muscoli su queste braccia rinsecchite, m’aggrapperei ad una di quelle mongolfiere rosse e sorvolerei il mondo intero, e per giunta in meno di ottanta giorni tanta è la vitalità che ho. Ne conservo molta ancora, di giovinezza. Non nella mente come può sembrare, o almeno non tutta, ma nello sguardo, nei miei grandi occhi scuri. Ricordo che una volta, diversi anni fa, una bellissima donna dai capelli d’oro mi disse tremolante che i miei occhi le avevano inghiottito l’anima. Quella donna è stata mia moglie per più di trent’anni, prima di fermarsi a riposare interrompendo il nostro lungo cammino. Non dimenticherò mai quelle ultime parole quando le dissi che prima o poi ci saremmo incontrati alla fine del viaggio, ma che io avevo troppo da camminare ancora. Ricordo ancora, la baciai d’amore con lo sguardo carico di un triste sollievo. Nonostante gli anni e la pelle raggrinzita che sembrava spillare gli angoli dei miei occhi come delle clips, il grande nero che li conteneva brillava autonomamente.

Metto sul fuoco un bollitore con qualche intruglio dentro, e ridacchio fantasticando di inzupparci del peyote e di chiacchierare col capo tribù Comanche. Tranquilli, è soltanto verbena, la si trova facilmente in commercio e per di più è legale. Come l’immaginazione d’altronde, dal canto mio so bene che c’è gente che lavora vendendo la propria immaginazione. Quest’oggi, come ogni altro giorno, ho tutte le tende tirate, scure e spesse solamente per trovare una scusa d’accendere, anche in piena luce, la stupenda lampada da scrittoio che sovrasta il mobile accanto la poltrona ormai rattoppata fin troppe volte. Sotto questa luce intensa il pulviscolo fluttua danzando nel chiarore, posandosi dolcemente su un paio di libri accumulati con lo scopo ben preciso di impolverarsi. In fondo, se vogliono essere letti, devono essere proprio come me: vecchi e polverosi ma vissuti, con un sacco di cose da raccontare insomma. Vivo da solo per quel che possibile, pago una domestica per sistemare casa, farmi la spesa necessaria e cucinarmi di tanto in tanto, ma contino a ribadire che sotto questo tetto sarò l’unico a dormire. Mi concede pochi vizi, nonostante le avessi presentato una lista dettagliata sottolineandovi un paio di sigari Walrus di quelli buoni. Inutile dire che in nome della buona salute, questa sconosciuta, non li ho mai visti. A compensazione segretamente le tengo nascosto un fondo di bottiglia di scotch, celato sotto il cuscino malandato della poltrona, mantenendolo al caldo con le mie terga pronto all’uso e consumo. Beh, mi appare una furbata.

Fuori sembra proprio una bella giornata, non di quelle da gita al parco, cercate di seguirmi, ma da fuga sù per la montagna con indosso il solo sacco a pelo alla ricerca del fiore della beatitudine. Immagino che molti di voi non l’abbiano mai neppure sentito nominare, vero? Si tratta di un meraviglioso fiore rosato che si dice doni eterna felicità ai sognatori regalando loro il dono del raccontare storie, mentre, se colto dalle mani dei burberi e noiosi razional-commercialisti tanto in voga al nostro tempo, beh.. provoca loro un terribile prurito alle mani e proprio lì dove solamente le rispettive signore possono arrivare. Ebbene devo ammettere che io stesso ebbi la fortuna di cogliere uno di quei meravigliosi fiori rosacei molti anni addietro, e credo che fu grazie a quel ritrovamento che riuscii a conquistare la carne giovane di mia moglie.

Ora, tuttavia, le mia gambe non reggerebbero il peso del sacco a pelo e per questa ragione rimango seduto sulla poltrona a covare del buon scotch, come una gallina col suo uovo, tenendo in braccio e ciondolando quel poco di immaginazione che mi resta.

Arggggh quando di nuovo tossisco ed affogo nei rantoli sempre alla ricerca del forziere nascosto.

Parte 3 – F.

Busso con sicurezza, le nocche della mano destra accartocciate urtano il legno levigato della porta. Busso forte perché troppo sicuro di me e capisco subito che questo mio bussare possa apparire un poco da sbruffone.

Apre un vecchio. All’apparenza potrebbe essere un cliente ideale. Mi ascolta ripetere la mia cantilena propagandistica e forse per solitudine mi invita ad entrare offrendomi qualcosa di caldo, una tisana o roba simile dice. Inizia a parlarmi e poi di scatto, con fare timido, attenuando il tono della voce vedo un sorriso flebile sbocciargli sul volto mentre mi chiede se abbia un sigaro da dargli. Si fa una risata.

Mi sento del tutto impietrito. Anestetizzato è la parola che esprime il mio stato d’animo, mi rendo conto di perdermi più o meno metà delle parole del vecchio perché totalmente assorbito dal suo sguardo. Greve e nero, uno strapiombo in cui vorticosamente cado a piedi uniti abbracciandomi l’anima. Fiuuuuuuuuu è il suono delle mie mani scivolare sull’asta mentre cado abbracciato al palo che mi sento conficcato dritto in petto, e scivolo giù come un pompiere a spegnere le fiamme. Nulla da fare perché il senso di vuoto pervade ormai lo stomaco, mi smorza il respiro mentre credo di udire una sorta di complimento sul mio bel completo.

Giaccio in trance fin quando scanso gli occhi dai suoi e quando il vecchio abbassa lo sguardo sul mio depliant inizio a smettere di sudar freddo. Lì, noto il pulviscolo che come al risveglio di un sogno mi aiuta a tornare alla realtà. Si lavora.

Mi riesce di prendere l’iniziativa e illustro al vecchio – sia ben chiaro che a lui non mi rivolgo così – tutta la mercanzia. Gli infilo un paio di depliant tra le mani e un paio glieli piazzo sul tavolo in modo tale da mantenerlo focalizzato sul prodotto. Uso paroloni complessi fra semplici periodi e ogni tre per due gli infilo un “dolce” tanto per accentuare il branding.

Gli elenco i trattamenti che la mia azienza, DolceMorte™, ha da offrire ad un cliente così speciale:

  • iniziamo con la “REM interruption ©”, pacchetto base ma pieno di qualsivoglia confort
  • passo poi al più ricercato “Voyage to the Pleasure ©”, il primo passo verso il paradiso
  • infine descrivo l’offerta deluxe, “Dreaming of the alternate World ©”, che al momento offre in omaggio il servizio di addormentamento zen brevettato dall’oniricopata cinese Zhuan Hygian

Sembra incuriosito ma il vecchio non smette di parlare. Mai, non chiude la bocca. Il sogno. Le storie. Racconti che furono e che sono. Racconti che non saranno di sicuro veri. Tuttavia, ascolto per il mio bene e per il bene dell’azienda.

DolceMorte™ ti ascolta fino all’ultimo istante (servizio con addebito in sovrapprezzo).

Parte 4 – A.

Con fatica spiego alle mie cosce cosa fare per alzarsi e mi dirigo alla porta dove qualcuno oltre le tende spesse bussa ostinatamente. Una bussata robusta, di quelle un po’ alterate.

Il freddo pomello d’ottone mi sorprende, quando apro la porta mi ritrovo un giovanotto tutto ben vestito. Ha scritto sul volto che si tratta di un novellino, lui tenta pure di nasconderlo con parsimoniosa sicurezza che però non me la da a bere. Ma possiede un viso buono e mi dà l’impressione di un’anima altrettanto buona, quindi lo invito ad entrare.

Mi racconta del suo lavoro, è davvero un male di questi tempi il non poter morire in pace, credetemi. Piazza volantini ovunque e tentando dii cogliermi alla sprovvista farcisce ogni frase con parole che non capisco e non conosco. Ne risulto estremamente confuso ma con un senso dritto in gola di dolcezza. Non so il perché.

Da uomo insicuro inizio a batter cassa parlando e straparlando. Perdo il controllo della mia lingua che sviscera per fatti suoi un paio di novelle, così, d’emblée. Mi stupisco che m’ascolti, infervorato ne propino altre e cerco di avvolgere tutto nei miei grandi occhi neri. Parole di parole con parole. E finisce che mi ritrovo a firmare un contratto di morte quasi confuso dal mio stesso turpiloquio. Penso di aver fatto il suo gioco blaterando a vanvera con quella storia delle due mucche al pascolo. Succede che ci siano due vacche su un prato verde, una a chiazze marroni che formano ottagoni all’altezza del costato e l’altra rossastra. Bene, succede che queste due vacche siano amiche d’infanzia ma ormai non producano più, praticamente al pastore sono un peso. Quella a chiazze, decisamente più sveglia, impapocchia l’altra pur di guadagnare un paio di giorni sperando nel ripensamento del pastore. E gli fa a questo burinaccio del pastore tutto un discorsetto su quel che fanno al mattatoio, che non è che ci puoi mandare lì chi vuoi a casaccio, ci vuole un parere medico. Bisogna essere pazzi dice questa, altrimenti non ti ci mandano al mattatoio, è chiaro. Il pastore si convince dopo il discorsetto, grugnendo e storcendo il muso; non c’aveva mai pensato ma in effetti aveva logica: se si chiama mattatoio è per i pazzi, non c’era altra spiegazione. Beh la storia finisce che il povero pastore va a raccontare la faccenda al medico giù al paese, che tutto stupito lo fa rinchiudere. In un mattatoio per uomini, un manicomio insomma. Dunque la vacca pensa che tutto sia risolto vista la sparizione del padrone ma il piano va in fumo. Infatti due vacche sole non posson stare e va a finire che le portano veramente al mattatoio, quello per le mucche questa volta, e sbam finiscono su qualche piatto belle al sangue. Che dire, una storia da pazzi non trovate?

Fatto sta che alla fine firmo, un po’ per noia e un po’ con un briciolo di coscienza. Scelgo il programma più costoso dopo essermi informato bene che nell’aldilà i soldi non mi serviranno. Me lo conferma anche il parroco che chiamo puntualmente al telefono. Questioni burocratiche risolte metto una firma.

Albert Serchowski è il protagonista di alcuni dei racconti brevi pubblicati su 'Il tricheco psichedelico'

Parte 5 – F.

Il mio primo contratto! Suppongo non lo dimenticherò mai. Il vecchio ha scelto il pacchetto e sta finendo di scarabocchiare le scartoffie, perciò inizio a spacchettare il materiale da addormentamento dal borsone da lavoro. Prendo un paio di cuffie monouso che affrontano un bel logo DolceMorte™ e un paio di lenti spesse e scure di tonalità vinaccia tenute assieme da una struttura magnetica in polialluminio. Questa tecnologia è in grado di rilasciare una modesta dose d’etere e le cosiddette “good vibes”, le vibrazioni della morte come le chiamiamo noi del mestiere, o, come potete conoscerle voi, le sensazioni di calma apparente. Poso con cura una candela trasudante il logo aziendale su un piattino cerimoniale fornito dagli sponsor. Il cilindro di cera contiene la proteina della stimolazione fantasiosa e, una volta acceso, rimbalza luci intermittenti con la propria fiamma su tutto il soffitto. Ha inizio la danza del sonno. Tolgo le cuffie monouso dalla plastica che le conteneva e le appoggio sugli orecchi del vecchio, riavvolgo il cavo e inserisco l’altra estremità nel foro di input sulla struttura delle lenti.

È tutto silenziosamente pronto. Premo ON sull’estremità sinistra delle lenti ed affondo sul divano accavallando le gambe, lasciando così arrampicarsi il risvolto del pantalone lungo la caviglia scoprendo il calzino azzuro, finora nascosto. Accarezzo la copertina di un rotocalco e piuttosto annoiato sfoglio le pagine.

Il mio lavoro l’ho già fatto.

Parte 6 – A.

Avrei dovuto assaggiare un ultimo sorso di scotch, dato che nutro profondo dubbi sul fatto che nell’aldiquà se ne trovi a buon mercato. Inoltre, avrei fatto meglio quantomeno a far sparire il fondo di bottiglia da sotto il mio culo, quando lo troverà la domestica son sicuro ne avrà da imbestialirsi contro di me anche da morto!

Avviluppato nel candore di una tranquillità che a stento ricordavo, lascio la mia mente svuotarsi in uno sfogo che lasci intendere un suo stesso abbandono del luogo chiamato, da lei, casa.

Lì dove mi trovo adesso pare sia un limbo, una qualsivoglia similitudine di un feto materno, solamente più ampio sino a sfiorare le terga dell’infinito e decisamente meno sporco e maleodorante. Fa un caldo inumano ma non lo si accusa, per essere un sogno sembra fatto bene, il paesaggio desertico un po’ scolastico pare cartonato ma m’accontento. Accanto a me la mia fedele e rattoppata poltrona. Mi siedo e tasto con la mano destra alla ricerca del mieloso malto che, codardo lui, è rimasto nell’aldilà. Non lontano, seduto su un ceppo, il capo Comanche s’avvicina trasportato da un lungo nastro mobile come quelli che si trovano negli aeroporti. Accenna un saluto severo col capo, lui che ha il mento duramente a punta. Sul fianco, alla sua sinistra, tiene agganciato al cinturone un corno di bue in cui mi confida, un po’ vergognandosene, di tenerci delle medicine essendo ormai di salute cagionevole. Tra le mani a cucchiaio tiene una grossa noce di cocco tagliata a metà contenente del liquido su cui galleggia una cannuccia arcobaleno ed un ombrellino paiettato anni ottanta. Sorridendo tra sé e sé spalanca la bocca e dalla gola scaccia una trombetta che strombazza un farabutto prrrrr e che mi sbatte dritta sul naso. Accortosi che, coi modi suoi un poco fuori luogo, m’ha offeso, ridacchiando mi confida essere il suo anniversario e in dono mi cede il suo beveraggio.

Cigolando scorre via il nastro che in silenzio porta via il Comanche trombettiere. M’allungo il collo verso la cannuccia che sibilando e zigzagando prende forma d’un serpente. S’altera e non poco quando provo a mordicchiarla, ignaro ancora che fosse un serpente e non una cannuccia. Tutto rosso in volto chiedo all’essere di perdonarmi per la svista ma quello, di tutta risposta, si butta giù e borbottando e sbuffando fuori fumo per la rabbia segue sul nastro trasportatore il capo indiano.

Dispiaciuto e non poco, penso a come questo sogno sia una delusione. Bevo, bevo tutto. Solo deglutendo le ultime gocce capisco che si trattasse di un infuso di peyote. Tra l’altro buon sapore, non c’è che dire.

Lecco e risucchio le mie labbra dove denso rimane ancora il succo del bibitone. Me ne sto lì sulla poltrona polverosa a riassaporare l’umore lisergico che vi è rimasto incastonato quando scorre innanzi a me un simpatico coyote.

Fra le molte cose noto con la coda dell’occhio che nel cono d’ombra alla mia destra vi è qualcosa. Par essere spuntato un enorme cactus giallognolo proprio or ora, tutto bello farcito di spine lunghe un dito e minacciose quanto basta. Il coyote rossastro mi chiede se io abbia una sputacchiera da passeggio e rimane deluso in volto in seguito alla mia risposta negativa. Mi chiede dove sia diretto io, mi chiama viaggiatore; e quando gli faccio notare che non son io a muovermi sul nastro e, peraltro, non sono fornito di bagagli e di conseguenza potrei definire lui, il coyote, il viaggiatore, quello sospira profondamente, pare accartocciare tutta l’aria intorno fino a non lasciarne manco a me e poi la getta fuori più calda, più densa e più nera. Fa un cenno di assenso, gli si scolpisce in volto l’espressione dell’aver compreso. Mi si avvicina e noto con stupore che profuma di buono ma non riesco ad associare quella sensazione di bontà a nulla mai annusato prima d’ora. Appoggia una zampa sul braccio destro della mia poltrona e con fare disinvolto lascia roteare l’altra zampa a destra e poi sinistra, in senso prima orario poi antiorario. Ammaliandomi mi racconta una storiella su due vacche e un mattatoio tutto bello attizzato dal raccontare la novella. Quando gli confesso che ne conoscevo una che faceva più o meno così, si rabbuia. Mi si mette accanto osservando dove io stesso ero intento ad osservare; mi pareva ci fosse un orizzonte giù di lì o qualcosa di estremamente simile. Tuttavia, con gli sguardi paralleli guardavamo cose altrettanto così differenti. Lo riconobbe, poi con un suono gutturale che sfociava dal profondo della sua gola e forse ancor più giù, disse alcune alcune parole che appiccicate nella secchezza della sua bocca non riuscii più a dimenticare. Disse cose semplici e chiare.

Il coyote mi disse che ero morto. Poi si rimise sul nastro e credo che tentò di socchiudere l’occhio sinistro a mo’ di un occhiolino.

Parte 7 – F.

Il processo di addormentamento ha ormai raggiunto il 94% mentre credo di essere ad un buon tre quarti della rivista. Il vecchio pare felice e lo sono anche io perché forse fra qualche sera avrò una paga decente e potrò regalare dei bei fiori alla mia dolce madre. C’è da dire che l’azienda DolceMorte™ sarà probabilmente quella più felice di tutti, il business ride ad ogni mio sorriso insomma. Alla fine dei conti ci guadagniamo tutti, nessuno escluso, anche il vecchio.

Mi distraggo da miei piani finanziari quando si spalanca la porta e una donnaccia che imbraccia delle buste fin sopra al muso entra in casa. Quella alla mia vista si spaventa, così le cade un sacchetto e (dannazione!) un cartone di latte si rovescia sul pavimento andando a formare una macchia il cui diametro divora man mano tutto il tappeto.

Un macello insomma, per di più la donna impreca religiosamente e mi chiede aspra cosa diavolo stia facendo al signor A.

Mi tocca chiudere la rivista e riporla con precisione sul tavolino, tenendo bene a cura che gli angoli della rivista e della superficie siano perfettamente combacianti. Allora, inumidendomi i polpastrelli sfregando le dita fra loro, con fare disinvolto le sorrido. La guardo meglio e, mantenendo i miei occhi concentrati sulle sue occhiaie stanche, le dico che il signor A. sta semplicemente morendo. Ed io sto lavorando.

Pertanto, che faccia quel che deve in silenzio. Alla fine ci guadagniamo tutti, e come ho già detto anche il vecchio.

Parte 8 – A.

Sul mio deserto il sole matura nei colori tenui e spiccioli dei tramonti da cartolina. D’intorno si fa rosso a tinte violacee mentre di quando in quando compare qualche nuvola di color argento spacciata e risucchiata nella vuota linea orizzontale lì di fronte.

Sfiorisce perfino la moquette di finta sabbia che i miei piedi calpestano, ed io me ne sto a sfregare le suole avanti e dietro, e poi ancora vanti e indietro, ascoltando con pazienza quella melodia che non si fa notare.

Tutto sta in muto e rispettoso silenzio.

Come durante una cerimonia solenne tutto pare attendere e non aver fretta, perfino quelle due nubi argentee si sono un attimo fermate a mezz’aria. È in questo momento che io capisco ciò a cui devo credere.

Un coyote mi disse che ero morto ed io voglio credergli. Deve esser così per forza. M’alzo appoggiando le mie fragili mani sui braccioli della poltrona vecchia e polverosa, e sento i palmi sotto la pressione diventare candidi tanto che mi pare di ringiovanire.

Provo un’ultima volta a farfugliare qualcosa con i piedi strusciandoli sul suolo. Nulla ne esce. Proprio come prima. Non che possa fare diversamente, accetto in dono il silenzio e ordino in muto consenso ai miei piedi di poggiarsi sul lungo e lento nastro trasportatore.

Scorro e mi lascio scorrere al tempo stesso. Galleggio taciturno e calmo come un pirata naufragato, appollaiato ad un tronco in acque sicure, allorché scorgo non troppo distante un isolotto rigoglioso.

Apro lo sguardo e gli occhi scuri proprio in là, e verso quel là una folta chioma bionda mi tende la mano. Sinuosamente, lasciandomi invitare le dita in un morbido balletto, a gran voce mi chiama a sé.

Deve proprio esser l’ora. Voglio soltanto raccontarmi ancora, un’ultima volta, quella storia delle due vacche e del mattatoio e mi sento un po’ pastore, ora che è l’ora, quando per la vita intera mi son sentito sempre come quella vacca furba a chiazze ottagonali. Si, allora deve essere proprio l’ora.

In un baleno perdo le parole perché mi volto e tutto viene inghiottito dai miei immensi e grandi e neri occhi.

Lo sai che Albert Serchowski è il protagonista di altri racconti brevi?
Ne parlo meglio in questa pagina.

Potrebbe piacerti

Rimaniamo in contatto

Iscrivendoti al blog riceverai i nuovi post direttamente nella tua posta elettronica.

Qua la pinna! Grazie per la fiducia concessa al Tricheco.

Ehm, qualcosa è andato storto.

Send this to a friend