Prosa

“Tre-orologi” Sam

27 marzo 2017

Rapidi, i piedi mentre spingono sui pedali di quella bicicletta nera. Dall’alto del cielo aperto e senza nuvola alcuna il sole arde e si riflette sulle sfumature giallognole del telaio e si rovescia sui cumuli di sabbia e sterpaglie ammucchiare accanto il cemento chiaro della strada.

– Devo correre a più non posso. Voglio superare l’aria!

Alle mie spalle urla il mare calmo e azzurro del Nord Africa mentre un vento torrido e dolce smuove le briciole spesse di roccia e sussurra ai pochi fiori che spuntano qua e là. Ondeggiano lievi, sospinti dalla calma di questa terra, mentre la sabbia riposa e i muri di calce non trovano pace. Sotto le ombre delle case piatte, sfreccia la mia sagoma. Gli occhi scuri, le mie dense caverne, fissano davanti a loro la lunga retta biancastra aggrappandosi al volto i cui capelli giovani e chiari sfilano sulle orecchie e ricadono sulle rigide vene del mio collo.

Il mio nome è Francesco. Anche se di nomi ne ho altri due,
potete per ora chiamarmi soltanto Francesco. Sono un bambino di quasi dieci anni, i più passati a fantasticare e viaggiare. Sto cavalcando la mia bicicletta i cui parafanghi mia madre mi avrebbe chiesto di lavare o sarei finito in punizione. Non ho paura del sole e, in realtà, non ho paura di nulla. Sfreccio a 15 chilometri orari con uno zaino sgualcito in spalla ed un sorriso incastrato fra la fossetta del mento appena pronunciata e quei miei occhi neri che annunciano vendetta. Un senso di rabbia che potrebbe rabbuiare il cielo terso che si stacca dalla terra arida.

Il mio nome è Francesco ed è il 1997 qui a Tripoli, fra le bandiere monocolore che svolazzano inermi in Piazza Verde e il boato delle sirene dei mercantili diretti a Malta ed in Sicilia.

Arrampicato alla mia ombra rapida, l’affannoso respiro del mio fedele cane. Un esemplare stupendo di meticcio nordafricano, bianco, candido, veloce e audace come pochi, anarchico quanto la mia libertà riesce ad accettare. Gli avevo intimato di rimanere dietro quel cancello blu che separa il giardino di casa dalla strada polverosa, ma era saltato oltre il muretto ignorando i miei sguardi di rimprovero. Non posso fargliene una colpa se vuole essere parte anche lui di questa giornata. Il momento che sognavo da tempo, il giorno in cui finalmente avrei avuto la mia vendetta. 

Più pedalo e più aumenta la sua falcata elegante. Che bestia meravigliosa, che fedele amico. Le nostre ombre, la sabbia sottile su cui ci spostiamo come velieri, le urla delle onde poco distanti, il sole bollente che suona la sua melodia sopra le storie di tutti noi: italiani, francesi, libici, cani, bastardi, Gheddaffi, case di calce, vacche smunte, tedeschi duri e belgi mollicci, perfino gli inglesi. Già, gli inglesi.


Fu proprio per un inglese che iniziò questa storia qualche mese prima. Doveva proprio essere quando il sole sembrava meno caldo e ci affaticava un poco meno, all’incirca a metà gennaio quando, da poco tornati dalle vacanze natalizie in Italia, passavamo le mattinate nella scuola elementare di Al Maziri, nel centro di Tripoli. Frequentavo la quarta elementare, sezione unica, una classe di non più di 9 metri quadrati con quattro banchi e più cartine geografiche che compagni. Eravamo semplici, ascoltavamo le storie di “quelli più grandi” su come si dovevano baciare le ragazze e dopo aver finito i compiti ci catapultavamo nel parco giochi sabbioso a pochi passi da casa. Al riparo dagli occhi degli adulti, noi pochi ragazzi facevamo capanna sotto la struttura a castello dello scivolo principale e leggevamo a turno qualche riga del nostro libro preferito: “I ragazzi della Via Pal”. Passandoci a turno un pallone rattoppato otteniamo il diritto di parola. Io che sono uno dei più grandi ricevo sempre molta attenzione quando parlo, non amo fare il leader ma ho il carisma dalla mia parte. Anche se in silenzio i miei occhi incutono timore. Sono in pochi che hanno diritto di accedere al nostro gruppo, alcuni perché troppo piccoli altri perché dalle bocche così larghe che non ci metterebbero poi troppo a spifferare ai genitori le nostre chiacchiere. Una piccola società ben organizzata e con compiti prestabiliti, i nostri talenti che si incastrano alla perfezione, noi piccoli ragazzini sperduti in quell’alveare del quartiere Regatta. Ci piacciono le avventure e i misteri, partiamo spesso zaino in spalla con una bottiglietta d’acqua, due merendine d’importazione e del pane arabo comprato a pochi spicci da Mohammad, droghiere dell’emporio di quartiere. Se c’è qualcosa che non torna nella zona, potete essere sicuri che andremo ad indagare il pomeriggio stesso dopo aver confabulato tutta la mattina fra le mura sottili delle aule della Al Maziri.

Questa volta, beh questa volta, lo sappiamo bene che ci siamo spinti troppo in là. I volti inclinati e torvi fanno trasparire la paura dei nostri cuori, sono soprattutto i più piccoli a mostrare i primi segni di debolezza, a sudare le proprie piccole paure. Quei piccoli codardi potrebbero tradire ed è compito dei più esperti comportarsi da guida e infondere sicurezza. Ce lo hanno tramandato quelli più grandi, quelli che ormai sono andati via e tornati in Italia chissà dove. Un tempo dovevamo essere stati noi quei volti spaventati che avrebbero potuto tradire. Oggi sono invece uno dei più influenti, la mia posizione di leader naturale è ancor più accresciuta dalle mie doti diplomatiche e dal mio bilinguismo. Per una volta essere “il bambino mezzo francese” non sembrava una presa in giro, ero invece colui che manteneva i contatti con i gruppi delle altre comunità francofone, con i bambini belgi e francesi che vivevano oltre il parco giochi e che avevano le case a due piani, quelle che invidiavamo pur non comprendendo allora quanto la loro opulenza si riflettesse nella loro codardia e mancanza di qualsivoglia forma di coraggio.

Regatta era una ragnatela enorme per noi piccoli e vispi ragazzini il cui unico mezzo di spostamento erano le biciclette. Le zone erano tutte accessibili ed eravamo bene a conoscenza di quale comunità vivesse in quel determinato groviglio di vie e casette con giardino. Laggiù non esistevano regole scritte, solo un codice silente fra noi ragazzi. Vivevamo in una logorante e costante tregua, così delicata e sottile, sembravamo più intenti ad organizzare incontri pacificatori per chiarire e risolvere le dispute e gli affronti dei nostri membri che a trovare un modo differente per convivere. Non ci amavamo, ma sono convinto che in fondo ci rispettassimo molto. Fondamentale diventava il controllo delle strade, ed era cosa nota che ad ogni comunità spettasse il controllo della propria zona; in quella situazione stringere alleanze era una faccenda necessaria e lo sapevamo bene, prestando soltanto attenzione che rimanessero ufficiose, segrete, frutto di accordi personali per non scalfire l’ordine generale. Di tanto in tanto però sentivamo quasi la necessità di ascoltare lo scricchiolio di quel sistema che ci pareva così troppo da adulti. Eravamo bambini, forse più adatti all’anarchia pura, potevamo perfino sentire scorrere nelle nostre vene sangue rivoluzionario. Quell’arroganza non ci rendeva bambini a tutti gli effetti, credo che quel nostro doverla mostrare ad ogni costo era soltanto il nostro modo di respirare forte, più forte delle colonne di marmo di Sabratha ancora in piedi dopo migliaia di inverni.

Fu così che nei primi giorni di gennaio del 1997 dovevamo essere così annoiati dalla regolarità contabile delle nostre vie parallele che i nostri sogni si sporsero un po’ più in là. I perpendicolarismi del nostro isolato ci stavano stretti, schiacciando quel piccolo bisogno di avventura che ci batteva nel petto accanto ai nostri cuori piccoli di bambini italiani del Nord Africa. Così tante volte, quando il pallone concedeva il diritto di parola ad uno di noi, si era proposto quel che presto avremmo fatto.

– Si dovrebbe dare una lezione ai quei brits.

Nessuno sopportava la loro arroganza da isolani, il loro bastardo accento stretto e quei volti così diversi, quella loro carnagione malaticcia e i loro occhi snob accesi su tutti noi, nessuno escluso. In realtà potrebbe anche darsi che la nostra fosse soltanto invidia perché quei piccoli stronzi avevano la fortuna di vivere in un filaccio di traverse e viottoli che si intersecavano irrazionalmente come se chi le avesse progettata fosse stato colto da un ictus rabbioso e creativo. Una meraviglia per tutti noi. Avventurandoci nel quadrilatero inglese non avremmo mai potuto osservare uno scorcio uguale all’altro e impazzivamo dal desiderio che quegli incroci dagli angoli così stretti e acuti ci facessero salire i brividi direttamente su dalle caviglie.

Appena tornato dalle vacanze di Natale misi subito in azione la mia missione diplomatica. Era compito mio. Intrattenni immediatamente degli incontri coi francesi e i belgi, proprio accanto al parco giochi fra una bottiglietta di succo d’arancia e una grattata alla ruggine che si formava sui parafanghi delle nostre biciclette. Ma osammo troppo, per arroganza e testardaggine. Che fosse la nostra indole latina o il fatto che non amassimo subire a testa bassa ancora non l’ho capito. Ma stavamo per avvicinarci alla nostra Caporetto.

Eravamo un gruppo di bambini italiani che andavano incontro al loro destino, tutto qui. Nonostante i miei sforzi e tutte quelle merendine regalate e le strette di mano e le adulazioni false, la codardia dei francofoni ebbe la meglio. Non che ne rimasi molto sorpreso, dai belgi non mi sarei mai aspettato nulla di differente, codardi e grassottelli; ma i miei connazionali, dannazione! Infimi e bugiardi, dei piccoli e magruncoli vermi. Erano davvero pochi di numero, è vero, e contavano poco nel gioco dei poteri della Regatta ma mi sarei aspettato molto più spirito rivoluzionario. Non avevano grossa fiducia in loro stessi e credo neppure troppa in me, ero in ogni caso “il-mezzo-italiano-e-perdipiù-marsigliese” e c’era un infinito nord che ci separava, troppo inetti per andar oltre quelle apparenze. Codardi, insomma.

Come dicevo eravamo un gruppetto di bambini italiani, un fazzoletto di teste che avevano preso la decisione e non sarebbero tornati indietro sui propri passi.

– Agli inglesi. A quelli serve una dimostrazione.

Non avevamo bisogno di piani, solo di una gonfiata alle ruote delle nostre biciclette e di un paio di panini da infilare nello zaino. Sarebbe accaduto tutto il venerdì seguente. Il venerdì era la nostra domenica, niente scuola, solo avventura, solo sogni sulle ali delle strade polverose libiche, respiravamo come delle locomotive tra le fantasie delle nostre testoline anarchiche. Ci si alzò prestissimo ognuno col proprio rituale. Io bevevo del latte appoggiato ai mobili del lavandino con gli occhi fissi sulle lancette fiacche dell’orologio. Sistemavo il colletto della polo mentre il mio cane si rotolava fra i fiori delle piante grasse di fuori, nel giardino. Stringevo le fibbie dello zaino e le bretelle aderivano alle mie spalle mentre con la punta del piede spostavo il cavalletto. Due pedalate e la facciata di casa mia non riuscì più a vedermi.

Come sempre ci si incontrò fra lo scivolo e le altalene, le bici gettate a terra e sguardi scuri e silenziosi. I più piccoli tremavano, noi più grandi incitavamo gli altri, parlavamo sicuri mostrando i denti e i pugni chiusi. Non temevamo di aver paura, quella paura ci rendeva vivi proprio laddove l’aria fresca del mare si incrociava con quella arsa che risaliva le dune del Sahara più a sud.

Un cenno, poi un unico fruscio di ruote e lo sfregare delle bretelle degli zaini sulle magliette di cotone. Ombre veloci e lo scoppiettio della sabbia che si spostava.

Sono Francesco, e guido la spedizione, pedalo davanti al gruppo assieme ad un amico caro, a chiudere la processione altri fra i più esperti. Ci proteggiamo, proteggiamo i nostri ideali. Non sappiamo neppure cosa sia l’amore ma ne parliamo ridendo e cantiamo come marinai fra gli oceani appena ci avviciniamo al quartiere inglese. Tutta la tensione si tramuta in semplice adrenalina, soltanto avventura senza paura, senza timore. C’è chi dà un morso ad un panino, chi affonda la cannuccia in un cartone di succo d’uva, chi chiede cosa abbia fatto l’Inter la domenica prima. Ridono un po’ tutti, tranne me che rimango vigile. Non mi fido della tranquillità, è presagio di morte.

Nella testa scrivo uno dei miei tanti primi libri e mi perdo incastrato nei miei pensieri che si attaccano morbosi ai miei sogni.

Nessuno di noi ha mai fatto a botte, tantomeno io che continuo a credere nell’inutilità della violenza anche oggi che scrivo questo racconto, quando non è più gennaio 1997 e anche se sono sempre Francesco non ho più quasi dieci anni bensì quasi trenta. Il nostro problema è sempre stato soltanto l’autorità, quantomeno il non accettarla, non per anarchia credo ma soltanto perché ci aveva messo in una posizione scomoda. Un accordo svantaggioso, ecco. Eravamo ambiziosi e arroganti, una cosa pericolosa.

Fra le vie che si incastravano a diamante faceva fatica a passare perfino il vento. Le magliette appiccicate addosso, le fronti sudate e il silenzio che scriveva le battute dei nostri dialoghi. Le palme svettavano sopra le nostre teste e toccavano il cielo. Sorridevamo. Volevamo solo dimostrare che noi c’eravamo, volevamo provocare, nulla di più. Sorridevamo.

Fu troppo tardi quando mi accorsi che ci eravamo incastrati. Era una trappola. Maledetti inglesi, furbi e intelligenti, questo glielo dovevamo.

Davanti a noi un cancello chiudeva una via morta, la strada larga forse un paio di metri era circondata da muretti di calce e piante grasse. Oltre non si andava. Il tempo di voltarmi e le sagome di tre di loro vennero a chiuderci la strada. Da sopra i tetti spuntavano le loro teste lentigginose.

Italians – ghignavano.

Quel nostro peccato di arroganza lo avremmo pagato amaramente, quel sogno ci aveva spinto troppo in là sino a bruciarci le ali. Stavamo per cadere. Stavo per provare quella sensazione forse per la prima volta in vita mia: Francesco stava per cadere.

Ci sbeffeggiavano mentre dall’alto scagliavano con violenza dei palloncini colmi d’acqua. Altri sciolsero le pompe verdi che usavano per innaffiare il giardino. Ci presero a calci le bici e cademmo, uno ad uno. Qualcuno mentre si proteggeva il volto ci prese anche un paio di calci e qualche pugno. Ma erano gli insulti gridati a pochi centimetri dalle orecchie a fare male. Più delle uova marce che iniziarono ad arrivare, più delle secchiate di farina, molto più delle pedate sui raggi delle nostre povere biciclette. Io, rimanevo in ginocchio, sporco e bagnato, in silenzio, sconfitto. Avevo trascinato alcuni dei più piccoli in questo massacro, cercavo solamente di subire la mia punizione in maniera onorevole. In fondo possedevo un grosso senso della morale già da allora. Di me si occupava personalmente Sam, lo conoscevo bene, uno smilzo coi capelli scuri a spazzola, gli occhiali sportivi coi legacci per tenerli attaccati al collo quando giocava a pallone. Mi teneva per il colletto della polo stringendo i pugni. Voleva che lo guardassi mentre mi sputava addosso e prendeva a calci il manubrio nero della mia bici. Il guscio d’uovo fra i capelli e del marcio che mi colava sulle guance, il suo pugno stretto, il suo ridacchiare, le urla dei più piccoli, le risate, i sogni, lo status quo che andava ripristinato. Tenevo gli occhi bassi sul suo braccio, un braccio troppo lungo per un bambino, così scarno e bianco. Provavo un fastidio alla vista di quell’ammasso di muscoletti flaccidi. Ma la cosa che mi turbava maggiormente erano i tre orologi che Sam indossava, due marroni e uno nero, uno di quelli digitali. Erano sempre lì, li indossava ogni giorno, e per me non aveva alcun senso. Mi sputava sulla testa e vedevo le nove lancette ticchettare all’unisono. Mi spinse all’indietro e caddi battendo la testa sulla ruota posteriore della bicicletta. Il parafanghi arrugginito tratteneva le lacrime come facevamo io e quel sole bollente sui venerdì libici del 1997.

Ci scacciarono via, e noi senza parlare tornammo a casa. Una processione silente, timorosa, dall’arroganza morta e sepolta. Umiliazione, una parola che imparammo a conoscere quel pomeriggio. La farina si seccava addosso e il marcio delle uova ci corrodeva la pelle del viso. Bruciava, dentro e fuori.

Io, però, già sapevo. Non ancora a dieci anni e già credevo nel karma e nel tempo, o meglio li mischiavo a mio piacimento, già sapevo come il tempo avrebbe sistemato la cosa e sapevo che la mia pazienza avrebbe ripagato ogni sputo al quale non avevo reagito.

Il tempo, il sole, il karma, la mia bicicletta storta, la pazienza del vento, le palme, l’Inter che sognava in grande, io che non sapevo nulla dell’amore ma che ne parlavo senza esperienza, i discorsi dei grandi, Francesco, Tripoli, quei dannati sputi, il 1997. La pazienza. La mia Caporetto. La pazienza.


Freno appena perdendo aderenza con la gomma posteriore. Rischio di cadere di muso e sfigurarmi, poi recupero il controllo. Passo troppo tempo assorto nei pensieri, quello si. Guardo la ruota della bicicletta che ho fatto sistemare mentre il mio cane prende fiato. Riparto.

Da lontano riesco già a vedere i fari del campo. Oggi è quel giorno in cui la mia pazienza verrà premiata con una seconda chance. Churchill una volta disse:

Gli italiani perdono le guerre come se fossero partite di calcio e le partite di calcio come se fossero guerre – ma lui era un dannato brit, come Sam. Non sarebbe stata una guerra questa volta, non sarei caduto in trappola.

Supero il cancello e lascio cadere la bici, poi la appoggio al muretto di mattoni. Il fedele cagnolone sa di dovermi aspettare qui. Guaisce e mi osserva alzare i calzettoni inginocchiato sulla gamba sinistra e poi raggiungere i miei compagni. Allo stadio Regatta si gioca Italians vs Brits giovanili. Gran parte dei reduci di quella sfortunata giornata sono in campo quest’oggi, sicuramente tutti noi più grandi siamo qui, già pronti, coi calzettoni alti, gli occhi rivolti verso la metà campo. Risolviamola a football, allora. Gioco da mezzapunta/attaccante totale, praticamente nel nostro schema tattico me la dovrò cavare lì da solo. Sono più grosso fisicamente, posso farcela. Anche se abbastanza alto conosco bene la mia poca attitudine ai colpi di testa, sono scarso ma compenso con un’ottimo gioco di squadra e intelligenza tattica. Me la cavo con entrambi i piedi, la tecnica c’è, potenza velata ma precisione adatta. Adoro fare i pallonetti e giocare d’esterno. Gioco da bastardo ed è quel che ci vuole oggi. Sono la mezzapunta fantasiosa e anarchica degli Italians, professione scorer e provocatore cinico.

L’allenatore se la perde con raccomandazioni ma tutti noi in realtà ce ne stiamo lì a pensare alla nostra partita personale, ognuno la sua.

La mia indossa il numero 3, tipico, e se ne sta laggiù. Sam è il terzino destro, alto, arcigno con un 40 di piede che non vede l’ora di scalciare i miei calcagni. Mi guarda dritto negli occhi e poi controlla i suoi tre orologi.

È l’ora di giocare.

Tempo qualche scambio e passaggio gettato che, tentando di controllare un lancio spalle alla porta, mi ritrovo il ginocchio di Sam dritto sull’osso sacro. E siamo a uno. Mi alzo senza discussioni.

Il nervosismo condiziona il bel gioco. Quassù, da solo, faccio fatica e creare occasioni e la buttiamo più che altro in bagarre. Il cagnone bianco mi osserva da lontano prendendo fiato. È partecipe.

– Troppo tesi, ragazzi. State sulle gambe! – urla il coach. Ha ragione, siamo molli e spaventati, se la prende soprattutto col figlio, bravissimo ragazzo e giocatore che fa da mediano/playmaker, interista come me, il Lele Oriali libico con la calma del futuro capitan Javier. Il coach non sa, come tutti i nostri genitori. Non sanno: gli sputi, le uova, i calci, la nostra arroganza, non sanno quanto questa partita significhi per noi, quanto questo 1997 sia votato ad una sola ed unica causa. La vendetta.

Ma non va. Non ci siamo e perdiamo così tanti palloni che per un retropassaggio stupido regaliamo ai brits l’uno a zero. Sam mi fa segno dell’uno, col dito medio. Incasso, io. E finisce il primo tempo.

Qualcuno fra i più piccoli ricomincia a piangere, noi grandi dobbiamo compattare la squadra. Siamo in quattro, ci guardiamo e annuiamo come usiamo fare spesso sotto il castello dello scivolo nel parco giochi davanti casa. Non si tratta di merendine da barattare, del pane arabo di Mohammad o delle avventure in grotte appena scoperte. Si tratta di noi, dell’equilibrio che abbiamo rotto e che dobbiamo ripristinare. La partita d’andata combattuta fra le strade della Regatta è stata una debacle e per garantirci i supplementari tocca sudare qui fra l’area di rigore ed il centrocampo. Ognuno col suo Sam, io col mio.

Battiamo noi, piccole nuvole di sabbia volano dal cerchio bianco del centrocampo. Ad ogni calcione mi prendo un paio di insulti detti sottovoce, l’arbitro controlla indifferente e anche io me la rido a modo mio. Finalmente recuperiamo il pallone in mediana e lanciamo lungo a saltare i centrocampisti inglesi, mi avvento sul lancio col sangue negli occhii, tagliando incontro tocco d’esterno e me la allungo facendo fuori il centrale, un altro paio di tocchi e poi di controbalzo colpisco il pallone di mezzo esterno. A fil di palo e il suo godurioso suono della rete che si gonfia. Pffffffff. Mi giro e torno in posizione con calma.Racconti e racconti in Libia di una partita di calcio

Pochi minuti e raddoppio in mischia, piattone potente e centrale. Il portiere avversario è scarso e lo sappiamo bene. Ma siamo arroganti e stracolmi di quell’indole latina, il punto debole che ci porta ad esultare troppo e rilassarci così alla fine soccombiamo e ci pareggiano. Ci infilano troppo facilmente con una serie di passaggi dominandoci dal punto di vista fisico.

La partita sta per terminare in un equilibrio che avvantaggia solo gli avversari, la staticità ci blocca moralmente e i calci che prendiamo ci ricordano gli sputi e le uova che ci arrivavano sulle teste mesi prima. L’arbitro Tarek ha già il fischietto in bocca. Gli inglesi, così compiaciuti e sicuri di sé, ci sbeffeggiano con un torello fatto di passaggi alti al volo. La pazienza, la pazienza è tutto. Dall’altra fascia del campo osservo uno di questi campanili, evidentemente mal calibrato, diretto verso l’arcigno terzino dai tre orologi: il mio arcinemico Sam. Scatto verso di lui, voglio mettergli pressione ed insinuargli il terrore, il dubbio, l’ansia.

– Sai essere paziente, Sam? Sai esserlo, ora?

Lo smilzo salta ma incredibilmente manca la palla che continua a rimbalzare alta un paio di volte. È mia. Sono a venti metri dalla porta, quello scarso del portiere brit corre verso di me con gli occhi sbarrati e urlando come un ossesso. Il mio cagnone rialza il muso e raddrizza gli orecchi, le ombre delle case di calce per un attimo si distraggono dalla calura di un sole malsano quando riesco perfino a percepire il sibilo che tutti i nostri silenzi riescono a pronunciare. Sono i sogni e le nostre arroganze, l’anarchia che ci spinge ogni pomeriggio a fare qualcosa di più, quel qualcosa che solo noi ragazzi possiamo immaginare in questo mondo di merda che gli adulti hanno pianificato. Tutto questo in quel pallone a mezz’aria, fra me e le braccia del portiere.

Lo faccio per le nostre bici, per me, per te, per voi, per le leggende che verranno diffuse dopo in tutta Regatta.

– Gli faccio un pallonetto a questo qui! – la tocco dolce, il mio piede delicato sfiora il cuoio e si ferma come se danzassi. Ogni rimbalzo è un battito delle mia ciglia fra il frastuono della mia arroganza. Poi sorrido come faccio io e i miei occhi neri esplodono, esplodono anche le urla degli Italians, tutti con le braccia alzate al cielo. Sembrano dei Tardelli in corsa fra le dune del Sahara a pochi chilometri da qui.

Io sono calmo e paziente, con Sam che mi fissa ad un paio di metri. Una tripletta, tre goals, tre come i suoi orologi. È così perfetto mentre gli passo accanto senza degnarlo di uno sguardo. Poi mi fermo.

– Y-o-u-a-r-e-a-f-u-c-k-i-n-g-s-t-u-p-i-d – tenendo gli occhi neri sui suoi tre orologi.

Rimase lì mentre andavo incontro al mio cane e al mio ritorno in Italia e alla vita, all’amore, alle scoperte del dolore, al sesso, all’Asia, a Bologna, a Lei e a tutto ciò che un giorno sarebbe venuto. Ma quel giorno caldo fra la calce di Regatta con l’odore del pane cotto sotto la sabbia e del vento amico del deserto di quando avevo quasi dieci anni, di quando ero Francesco con un paio di altri nomi, “il-mezzo-francese” per alcuni e “il-mezzo-italiano-perdipiù-marsigliese” per altri, ma quel giorno del 1997 io scoprii il brivido paziente dell’essere me.

Soltanto Francesco, nient’altro. Racconti di viaggio e ricordi a Tripoli in Libia

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