La sconvolgente banale vita di Spud Krasnapolsky, Prosa

Tempo fa una donna lo amava

21 febbraio 2011

L’aria era morta un po’ come tutto in quella stanza. La finestra chiusa ormai da giorni non permetteva un ricambio d’ossigeno e le tende tirate creavano una luce color vinaccio scuro, ci si respirava a fatica e per l’umidità gli occhi condensavano, così si giustificava Spud per non ammettere di aver compreso come si piangesse. I bicchieri sporchi contenevano gli eco di tutti i suoi sospiri malmenati dai tormenti di malto liquido, le bottiglie spoglie erano diventate labirinti dove si era intrappolato e non voleva uscirne, pisciava storto perché fissava il nulla. Questo era Spud Krasnapolsky. Un fantasma. Un’ombra. Era diventato l’alone di una adesivo di una radio punk alternativa staccato dalla scrivania dei suoi 15 anni. Il giornale portava la data 17 maggio, ma non avendo calendari in casa non sapeva rispondersi da quanto tempo fosse lì ad elargire dispetti ai suoi stati d’animo, due settimane o tre giorni nulla cambiava, il tempo è solo un trip mentale da cui non sappiamo uscire.

Metteva la sveglia per sentirsi ancora abbracciato da questo mondo, si illudeva di aver da fare, avrebbe piantato chiodi sui muri si ripeteva, quadri moderni per sempre incatenati sulla sua parete, rideva da solo, il bello dei tempi moderni, i suoi raggi X erano opere d’arte ma correva troppo piano per capire come funzionasse.

08:27 si accende la radio. Passano gli Stooges. Spud decide che il mattino merita di essere vissuto. Si alza, tossisce e inizia a fissare il pavimento dove non trova le ciabatte, sorride, non sapendo il perché ride ed accorgendosi di ridere s’intristisce e cupo si alza. Usava il frigo come lampada, apre la porta ed una scatola di tonno scaduta saluto il viso deturpato dai segni di un cuscino, segni di chi la notte vorrebbe anche dormire, pur sapendo di andare incontro al naufragio di ricordi sotto cascate di vomito. Niente cibo. Tante birre.

Era davvero un guerriero Spud. Aveva una guerra da combattere, ogni giorno era una battaglia e avrebbe vinto perché perdere voleva dire lasciar vincere chi stava fuori a passeggiare fischiettando canzoncine in rima baciata. Afferra una rossa, la apre coi denti così per sentire il duro sapore del sangue colare dalle gengive, nulla di più vitale come sensazione, un orgasmo sulla lingua che ti spara su nel cervello orgoglio e rabbia, butta giù un sorso, ne butta due, al terzo la rabbia vince e l’orgoglio si è già sbronzato e buttato dal balcone. Per questo Spud non apre la finestra. Conosce le debolezze dell’uomo e la forza della determinazione di un ubriaco, i superpoteri sapeva bene derivassero dalle sbronze e non da strane mutazioni genetiche.

Mezza bottiglia e si era già lasciato cadere sulla poltrona, rimbalzava su montagne di carte e fazzoletti sporchi da riusare. Non aveva un cane ma accarezzava dolcemente con un movimento circolare dell’indice la posa di scotch evaporato dai bordi di un bicchiere.

Tutto era vero lì, e tutto morto.

Aveva il cazzo duro, ma non riusciva a volersi masturbare. Beveva per uccidersi il sesso. Beveva per uccidersi. Beveva per dimenticare la sua donna. Nel senso che beveva per dimenticarsi le parole “la sua” riferite a quella donna. I pugni sui muri gli impedivano di imboscarsi nelle tenebre mentali che lo chiamavano a passeggiare come se fosse stato cappuccetto rosso in una foresta stregata delle fiabe. E il bere lo aiutava a picchiare più forte contro i muri e non sentire il dolore. Ma doveva ancora scoprire come placare il dolore che teneva murato in testa, ubriacarsi non funzionava, pisciare neppure, contare i cadaveri della grande guerra neanche. Forse mancava aria pura, forse ogni tanto si pisciava addosso per non alzarsi dal pavimento, forse quel coyote con cui parlava di tanto in tanto non esisteva, ma nessuno poteva giudicarlo, nessuno lo vedeva da tempo.

Era diventato la lancetta rotta nel perfetto orologio svizzero che era il mondo. Correva contro i minuti sbagliando senso di marcia, scivolava nei baratri delle ore e perdeva il ritmo della batteria di Dio, che musicista stronzo doveva essere, pensava tra sé e sé.

Eppure un tempo quella donna lo aveva amato, eppure se lo ricordava, la vita aveva un altro odore, come di gomma da masticare alla fragola e sapeva farci le bolle che scoppiate la facevano ridere mentre gli ripuliva il viso con quelle mani affusolate. A volte dimenticava che quella stessa donna che lo aveva allattato era morta, nella tomba dionisiaca a fottersi un altro cadavere; quella sera tutti erano diventati natura morta nei suoi dipinti mentali costringendolo a rimanere saldo in vita per nutrirli. Eppure c’è chi direbbe che il tradimento lo avesse ucciso. Eppure lui giurava di aver perdonato, per poi rimangiarsi la parola due bicchieri dopo.

Era una pedina a dama, mangiata e divorata, annullata ed annichilita, viveva nel grembo del suo assassino che non poteva uccidere. Aveva perso e non era morto. Aveva perso proprio perché rimasto vivo. Sbattendo gli occhi rifletteva sui muri la scritta “game over” in codice Morse.

Brindava continuamente al suo assassino, un po’ a dire il vero lo ringraziava perché non era fatto per la vita tranquilla, non era fatto per stendersi sui prati. A lui piaceva sedersi sui fallimenti, sui monti delle parole mai dette dove osservare i fuochi d’artificio degli altri, quelli giusti, quelli felici, la cosa lo disgustava rendendolo felice. Era storto. Ed ora era tornato storto come era nato, a curvarsi come il cielo nero senza stelle sulle sue notti.

Dall’alto potevi vedere quel cielo nero su quella casa nella periferia della città. Ma era facile per i dritti scampare dai pensieri dipingendo quel cielo nero con colori gradevoli solo per loro. Tutto nella città rimaneva sempre uguale come le tende chiuse ed i bicchieri col fondo pieno, i libri ammassati e il letto rifatto sul quale nessuno avrebbe mai più dormito.

L’assassino vinceva sempre.

E Spud perdeva sempre.

Tutto era uguale. Ugualmente giusto. Ugualmente falso.

 

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    Complimenti per il post e per il blog!

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    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/02/14/post-di-una-squillo-per-bene/

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