Prosa

Sotto la statua di Mao

16 novembre 2011

Era nostra abitudine il pomeriggio dopo un tè caldo sederci sotto una statua di Mao. La sua sagoma ci riparava quel tanto che bastava dal forte sole della città e potevamo passare ore ed ore a fantasticare di come fosse il mondo dall’altra parte della statua senza la scomodità di affacciarsi oltre del gambe di piombo sulle quali ci appoggiavamo con la schiena. Per non essere travolti dal silenzio portavamo libri da leggere a due bocche, che ci scambiavamo ogni tre o quattro pagine così che la narrazione sembrasse spinta da più menti incalzando i vuoti di pensiero che di tanto in tanto colgono i grandi lettori solitari; non perdevamo neppure una riga, una strofa, una lettera alcuna, a volte ci capitava di ritenere di conoscere meglio degli autori stessi i loro testi. Col tempo imparammo a familiarizzare con la letteratura francese e con quella russa, con la filosfia tedesca e con le dottrine orientali che ad un certo punto nulla ci pareva sconosciuto se non forse proprio quella piazza nella quale passavamo tutto quel tempo. A tratti, almeno io, credevo sul serio di aver passeggiato un giorno di primavera particolarmente freddo per le strade di Parigi ed essermi rifugiato per scaldarmi in una pâtisserie dove avevo speso fino all’ultimo franco che avevo in tasca in dolci prelibatezze, ne riuscivo persino ad accarezzare il sapore in bocca facendo girare la lingua in vorticosi movimenti per cogliere ogni piccolo ricordo di quei sapori che lo scroscio della Senna si portava via con sé. Eppure io a Parigi non ero mai stato. No, mai. E credo che neppure il mio amico fosse mai stato ad Hong Kong, eppure ricordava perfettamente il brusio frenetico ed il cinguettare asmatico dei drin drin di biciclette sgangherate per i vicoletti e quegli odori che veleggiavano formando nuvole di melodie sopra le teste dei passanti. Lui diceva ci fosse poca aria e che si respirasse solo il vapore che proveniva dalle ciotole di riso. Non passava giorno che non ci ritrovassimo seduti a piedi di Mao, passarono così alcuni anni, parecchi anni tanto che un giorno ci rendemmo conto di aver finito i libri da leggere, ci rendemmo conto che avevamo chiuso gli occhi e non ci eravamo accorti che in quegli anni la gente aveva smesso di scrivere trovando qualcosa di meglio da fare e giacché non veniva pubblicata alcuna frase dalla bellezza di 5 anni non avevamo più alcunché da divorare. Fu in quel momento che ci balenò per la testa l’idea che il mondo che avevamo smesso di osservare aggrappati ai piedi gelidi di Mao potesse essere cambiato. Intimoriti dovevamo sporgerci oltre le ginocchia. Ci aggrappammo ai nostri ricordi offuscati dai lunghi viaggi e trovammo una città che non ricordavamo. Eppure per quelle strade con lampioni che a quanto pare fungevano da alberi ci eravamo passati diverse volte vedendo anche i cani farci i loro bisogni; il cielo stellato a cui rivolgere le nostre preghiere era stato accantonato per un immenso led a scopo pubblicitario, le preghiere avevano sogni a metà prezzo in periodo di saldi. Le auto.. le auto sembravano scie laser che scorrevano su rette immaginarie su un immenso chip scintillante e perfino la nostra statua di Mao sotto la quale per anni avevamo creduto che il mondo continuasse banale a cullarsi nella sua staticità, pensiero che tra l’altro ci rassicurava come una madre che rimboccava le coperte al proprio figlio, bene, quella stessa statua di piombo, alta forse tre metri era stata trasformata in un immenso ascensore per un parcheggio sotterraneo. Il mondo stesso aveva barattato forse la propria felicità per la modernità? Una bestia feroce che aveva divorato tutto, nulla escluso e vomitato una città tanto luccicante che riuscisse a nascondere quel buio del baratro in cui la speranza degli uomini era ormai sprofondata.

Provai a piangere ma mi accorsi che non era più possibile in questo mondo moderno, provai a spiegarmi tante cose e tentai di cercare un misero angolo buio di questa città non riuscendoci. Salutai il mio amico che capì, sorrise e ci abbracciammo.

Mi ritrovai a Parigi, in quella pâtisserie e stavo sporcando tutto il soprabito con lo zucchero a velo e non c’era sensazione più bella.

Potrebbe piacerti

Rimaniamo in contatto

Iscrivendoti al blog riceverai i nuovi post direttamente nella tua posta elettronica.

Qua la pinna! Grazie per la fiducia concessa al Tricheco.

Ehm, qualcosa è andato storto.

Send this to a friend