Prosa, Storie da bancone

Si parlava di un tizio al bar

19 maggio 2011

Si parlava di un tizio al bar.

Io ero lì per i fatti miei a scaldarmi con un caffè allungato e non riuscii a tenere a freno la curiosità, tenendo gli occhi bassi mi misi ad ascoltare un vecchio che portava un maglione a collo alto, di quelli che indossano i pescatori che ti danno l’aria di pizzicarti al solo avvicinartici, che parlava con altro un po’ meno vecchio e dall’aspetto più curato. I due sembravano essere amici di vecchia data, dovevano aver passato parecchie avventure assieme quando erano giovani ed ora si ritrovavano qui ad un tavolo senza poi molto da dirsi a bere un paio di birre annacquate aspettando con la calma di chi non ha fretta di morire qualcuno interessato alle loro storie da vecchi giovani quali dovevano essere. Tutto mi faceva credere che fossero clienti abituali del posto, col passare degli anni si erano guadagnati il privilegio di poter richiedere “il solito”, uno dei pochi motivi per cui credo valga la pena invecchiare, e in questo posto dovevano sentirsi a proprio agio, probabilmente più che a casa loro, qui attendevano i tramonti prima di chiudersi in una solitudine mascherata con un velo bianco di tende che attenuavano i vetri delle finestre delle loro case, qui non dovevano fare i conti le tristi verità che anni e anni di buongiorno & buonasera avevano causato, credo che solo qui potevano continuare a vivere.

Mi distrassi qualche istante per ordinare qualcosa di forte che mi scaldasse più del caffè di prima, qualcosa di forte che mi rendesse altrettanto forte. Mi piaceva questo posto, il bancone era di un legno amichevole e appiccicaticcio, era un piacere appoggiarcisi perché sembrava cullare i pensieri di chi come me passava da qui per un piccolo ristoro prima di riprendere in mano i problemi per la testa. Era proprio la testa il problema, era lei ad esser confusa non io, ma ahimè senza il suo aiuto non potevo esser lucido e perciò finivo anche io ad essere confuso, era un circolo vizioso dal quale facevo fatica ad uscire; mi balzavano in mente le immagini di mio padre che mi diceva di lasciar perdere le domande e pensare a divertirmi, ecco ci ero ricascato di nuovo, la mente mi teneva agguati nei quali cascavo e ricascavo, quasi mi piacesse essere preda del mio stesso inconscio. Cercai di distrarmi guardando oltre i vetri del posto, vedevo la strada dalla quale ero venuto e potevo scorgere la strada verso la quale sarei dovuto andare, non c’era altro modo, son le strade che decidono per te anche se per un uomo come me era dura da mandare giù. Questo bar faceva insomma angolo tra il mio passato e quello che sarebbe successo poco dopo, chiamarlo futuro mi sembrerebbe riduttivo, era il crocevia che il fato mi aveva imposto, e posso dire che come crocevia mi piaceva alquanto. La visione di persone che camminavano a destra e a sinistra e poi di nuovo a destra e poi su e dentro i negozi e poi ancora a sinistra e così via mi stava nauseando, mi ero distratto fin troppo ma a quanto pare i due vecchi parlavano ancora del tizio di prima.

Costui credo fosse un loro amico, un compagno di storie ma ora era solo un nome visto che da quello che capii il tizio era morto ed il ricordo doveva essere ancora vivo, non nominavano neppure il suo nome, era un lui. E lui non avendo nome era una fantasma. Ma, per me, lui era solo un tizio, diciamo che era il miglior tizio di oggi. Come poteva questo lui essere più interessante di me, lui era morto e io no eppure lui, impregnava i discorsi dei suoi conoscenti, nessuno invece sapeva molto di me, solo io ero a conoscenza di qualcosa, ogni tanto mi confidavo con me stesso ma solo di nascosto dal mio pudore.

Se solo la vita fosse semplice come andare ad un bar, ti trovi un posto dove capita, ordini qualcosa, nell’attesa butti giù due salatini e poi via verso qualcos’altro. No, la vita no, la vita non concede salatini. E probabilmente quel tizio lo sapeva, lui son sicuro che la vita l’aveva prese per i capelli costringendola a fissarlo dal basso, ma si sa che la vita non la fotti, inginocchiata gli aveva succhiato via tutto il suo seme vitale lasciandogli solo un corpo vuoto e fragile da sbattere su qualche sedia da bancone.

La vita è una sporca puttanata, ti succhia via tutto e ti lascia lì, senza salatini e senza lacrime da versare.

Quel tizio non era più uno sconosciuto, diventava con le parole in sottofondo un dolce sguardo sincero, una pacca sulla spalla, un amico, diventava semplici parole di incoraggiamento tra compari, si era trasformato nel bicchiere della staffa che buttai giù con rabbia in suo onore, in silenzio ma con l’orgoglio negli occhi. Per lui!

Stavo resuscitando per andare a morire, nulla di più assurdamente vivo. Andavo a prendere la vita per le palle, l’avrei tenuta senza respiro donandole il mio ultimo soffio d’aria, dando un senso a tutto, almeno una volta.

Lasciai più del dovuto al barista, offrii un giro ai due vecchi, uscii. Avevo il crocevia dietro, a destra, davanti e a sinistra. Ma decisi di prendere la mia strada.

La paura era una così bella sensazione ed avevo un’erezione.

Ero pronto per affrontare la mia fottuta vita.

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    ..mi piace leggerti così vivo.
    Confonde
    ..e mi fa sorridere.

    Grazie,
    Malden

    [quando arriverai quaggiù, vieni a trovarmi! ci prendiamo un thè.. o (meglio) un bel caffè. sul fondo ci si annoia]

    • Meglio un drink, ho sete che berrei l’oceano.
      A presto Madlen.

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Ehm, qualcosa è andato storto.

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