Prosa

Shanghai – La trappola

9 gennaio 2016

Shanghai - La trappola è un racconto breve ambientato in Cina e pubblicato sul blog de Il Tricheco Psichedelico

Il purgatorio ha un nome: Pǔdōng dàdào

Perfino il tassista più arrapato di yuán prova un senso di disgusto sentendo quelle parole quando mette la prima e sputacchia via qualche seme mangiucchiato per maledirti. – Shǎbī lǎowài – dice bisbigliando per illuderti parli da solo, ma non a voce così bassa in modo che tu possa dubitarne, diavolo di un bianco sbronzo che a fatica è capace di tenere in mano una lattina di birra ammaccata. Per la cronaca e solamente per chiarimento, si tratta dell’ultima lattina di birra della nottata che si rovescia ad ogni curva annacquando il tappetino sporco ai miei piedi.

Shǎbī yìdàlìrén – vorresti trovare la forza di specificare, ma si tratta solamente di una delle tante cose che non ha ha più senso dire a voce alta.

Ti lasci scivolare dolcemente sul sedile facendo scorrere lo sguardo fra le luci tanto rapide da trasformarsi in nebbia vista da lontano e, con le dita che accarezzano il cuore del labbro superiore spigoloso per via dei baffi ispidi, puoi solamente accovacciarti e pensare.

È una maledizione questa città, ti risucchia e ti spintona via alla prima buona occasione. Ti rigetta e ti sfrutta, ti svuota di ciò che è tuo e ti dona in cambio amara alienazione. Ti lascia solo senza remore gettando lo sguardo altrove, su qualche altro lǎowài da divorare, spiegazzandone l’anima come fosse un origami, facendone una barchetta da lasciare affondare nel fiume Huángpǔ mentre indifferenti orde di turisti si spalmano sulle transenne del Bund per la foto di rito con i grattacieli infreddoliti di Pǔdōng.

Tu sei lì, ma nessuno può vederti.

Il gracchiare del tassametro ti ricorda parole dolci lasciate al vento, come lenzuola bianche stese ad asciugare; pensi che vivere a Shànghǎi sia questo ed è semplice, in fondo. Sei il rumore dei passi che entrano in una bettola, si siedono, ingurgitano báijiǔ a badilate per perdere la lucidità di ciò che intorno accade, perché in realtà di interessante non c’è nulla, tantomeno te stesso, stupido lǎowài che continua a rovesciare birra nel fatiscente taxi numero di licenza 140508. Devi pensare, e pensi che sei sempre quel rumore di passi, questa volta striscianti e meno sicuri che escono e sbattono fra di loro prima di vedersi versare addosso qualcosa che sembra tequila: si brinda al nulla, al cielo che non si vede, ai volti delle persone care che sbiadiscono, alle voci che non chiamano il tuo nome, al vento gelido che spezza in due le lacrime che a fatica trattieni quando ti ricordi che avevi un volto senza quelle occhiaie verdi e senza quei solchi strani che la notte della Perla d’Oriente ti disegna a sfregio.

Sei passi incerti, impauriti ed ingabbiati diretti nel cuore della notte illuminata da luce finta come a teatro. È il tuo palco, lǎowài, prenditi la tua scena!

Tu che incarni l’ennesima preda del nauseabondo marketing al neon del Dragone. Affacciati alla finestra ingiallita dallo smog, compra l’amore di una puttana, comprane la fedeltà, compra un orologio falso con lancette senza peccato, contratta il costo della tua vita, perdi a dadi giocandoti l’orgoglio, compra l’aria pulita, compra l’acqua pulita, compra la tua stessa vita, compra, compra ancora, compra sempre di più finché non tornerai a casa, solo e senza yuán, pronto a commiserarti svuotando l’ultima birra fradicia sdraiata sul comodino.

Non dimenticarlo: qui a Shànghǎi tu sei l’oggetto in vendita e non ci metti poi molto ad accorgertene. Lo realizzi quando ti sovviene il senso del rifiuto, genericamente indirizzato a tutto ciò che ti circonda, quando ti rendi conto che i grattacieli sono polvere nascosta al sole, giganti in lacrime pronti a caderti addosso. E ci pensi e lo sai che quel cadere sia il più bell’abbraccio che da mesi ti sia stato dato. Shànghǎi ti abbraccia quando tutto crolla e ti illude ancora riempiendoti il bicchiere.

Pensaci però, pensa che è tutto finto, che non sei altro che l’attore di un film, sicuramente una tragedia da quattro soldi, dove hai i panni di un pirata metropolitano il cui vascello con la scritta rossa TAXI sfreccia fra mangrovie stradali e sbuca stridendo oltre incroci che non esistevano cinque minuti prima: sei il comandante senza scettro e senza benda. Odori come polvere sulla scacchiera delle tue scelte, vince lei come sempre, lei la città. Lei, Shànghǎi.

Le palpebre si infrangono ad intervalli regolari, come onde dell’animo dipinte sul volto si portano via i sogni trascinandoli nella mente, mare grande, ventoso e pericoloso.

– I ❤️ Shànghǎi – è riflesso sull’acqua del fiume e troneggia su qualche mostro di vetro che spacca il cielo. Arrogante, si sei stato arrogante lǎowài. Hai voluto sfidare ancora il mondo, ma questa volta hai trovato il luogo più cinico che potesse essere concepito. Benvenuto nella città del demonio: hai spedito il tuo destino dritto al purgatorio. Ci ho perso me stesso, ho perso soldi, ho smarrito l’amore, ho frugato fra ricordi ormai sfilacciati, non ho più trovato il tempo, non ho sentito la sveglia, non mi hai svegliato, sono scappato da una scimmia ubriaca, non ho trovato che biglietti da visita col mio nome impresso sopra sparsi sul letto disfatto dal mio corpo obliquo con la mente crocifissa dal pensiero fisso che non potesse trattarsi di realtà fin quando non ci avrei creduto.

S-O-N-O I-N T-R-A-P-P-O-L-A

Sono cinquantasei yuán, mi fa segno col grugno. Ed io faccio fatica a trovarli, le banconote sembrano tutte uguali e per di più non valgono nulla, sono noccioline, noccioline usate e masticate. Noccioline amare. Noccioline che decido di gettargli sulle gambe spaiate e confuse. Non gli do tempo di guardarmi adirato e aprire bocca che gli ruggisco dritto in faccia cào nǐ mā. E non reagisce. Come i lampioni che se ne stanno a testa in giù ed increduli lasciano sospiri intermittenti.

– Scopati tua madre – questa volta vince il lǎowài.

No, non penso più perché questa volta non sarò io la puttana di questa città.

Albeggia sulla Perla d’Oriente mentre lascio il suo sguardo a mandorla seguire i miei passi che urtano contro le buche nel cemento mentre gridano a voce rauca che questo lǎowài non te la vinta.

E il sole, chi cazzo lo vede il sole?

 

Versione 2

Shanghai – Coniugazione poetica

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Ehm, qualcosa è andato storto.

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