Prosa, Racconti tramandati

Racconti tramandati – Quella strana faccenda delle frazioni

8 febbraio 2016

Se ne stava lì con la testa assorta e lo sguardo oltre il vetro, una coperta di lana rossa sulle gambe fragili e la mano destra che tremava raccolta nella sinistra. Da dietro potevo vederne i capelli scomposti appoggiati al cuscino, grigi e candidi come nebbia. Appoggiai la mano sulla sua spalla e ne sentii la vecchiaia tutta, gli allacciai allora il braccio attorno al collo e mi lasciai dare una bacio d’amore sulla guancia per assaporarne ancora di quella sua giovinezza di spirito. Mi fece commuovere e sorridere proprio come quando ero solo un marmocchio e lui un giovane nonno.

Mi sorrise ed io rividi i miei occhi, dovetti sorridere perché non c’era altro che potessi fare, in fondo ero lì per lui ma in un modo piuttosto egoistico. Sentivo di avere una crisi dritta in gola che puntava in mezzo alla fronte proprio nel punto dove gli occhi sono equidistanti, per quella ragione ero scivolato fuori la porta come un ladro ingoiando tutta l’aria umida che i morbidi colli Aurunci lasciavano addensarsi giù per la via. Volevo ascoltare una storia perché ne avevo bisogno. Volevo ascoltare una storia per dare un senso temporale alla mia vita e di fretta correvo verso il portone in quel modo sgraziato che mi contraddistingue, le scale due a due inciampando ogni tre serie ogni qual volta già sentivo l’odore della legna proveniente dal camino. Solamente quando li appoggiai sul pavimento lucido ed incerato i miei piedi si fecero più gradevoli finché lo vidi che se ne stava lì con la testa assorta ed il suo sguardo oltre la vetrata.

Era stato maestro per molti, per me rappresentava anche un maestro di vita. ‘Una volta’ disse con l’iniziale titubanza con cui solitamente esordiscono i suoi racconti ‘Doveva essere sul finire degli anni ’50 tanto che, se ben ricordo, neppure era ancora stato costruito il muro di pietre a secco che confina con la strada’ e si sporgeva quel che poteva verso il vetro. ‘Mi trovavo più o meno seduto qui, ma allora potevo alzarmi’ aggiunse con un velo di tristezza ‘Ero qui con un ragazzo che non avrà avuto più di 12 anni a quel tempo. La madre era una donna disperata che sperava soltanto il figlio potesse migliorare negli studi e, sai, a quei tempi tutto ci aveva un tono più solenne quindi venne a chiedermi se potessi farle l’onore di aiutare quel figlio disgraziato. Salvarlo insomma da un destino accademico poco fruttuoso, questo sperava quella donna. Al tempo già a 12 anni ti trovavi a scegliere fra gli studi e la manovalanza, ed era dura, non era il paese di oggi, sai. Le cose apparivano così diverse.’

Lo vedevo deciso nelle parole ed era proprio quello che amavo di lui e delle sue storie, ti riempivano ogni vuoto perché non riuscivi a fare a meno di ascoltarle. Per di più sapeva giocare d’astuzia con il tono, ingannandoti ogni qualvolta non potevi far altro che chiederti se fosse una storia d’amore, un racconto triste, una semplice battuta o un avventuroso racconto di viaggio. ‘Bene, questo ragazzo era in effetti un po’ tonto, non svogliato per carità. Diciamo solo che lo studio non era affar suo. Passammo un pomeriggio intero sulla matematica ma faticava a seguirmi. Chiedevo qualora avesse compreso la mia spiegazione e quel ragazzo annuiva sempre, ma si capiva mentisse. Non ci riusciva proprio a dirla tutta, ecco. Io me sto qui e parlo di quarti, di metà, di terzi, parlo di frazioni insomma ma in quel testone non ci entrava un fico secco. Un poco sfiduciato mi girai e presi una mela, proprio da quel portafrutta in ceramica che vedi ancora sopra il tavolo e me la sbucciai con calma e in religioso silenzio. Prendersi il giusto tempo è fondamentale, lo sai. Mentre me ne stavo lì a spellare la mela il ragazzo non osava aprir bocca.’ Poi guardandolo dovette continuare ‘Vedi, ragazzo mio, funziona proprio così. Tu tagli la mela in quattro pezzi e ne mangi uno solo, questo è ciò che in matematica chiamiamo un quarto’.

Io notavo che la mano non tremava più mentre raccontava la storia, mentre si accarezzava la destra con la sinistra, in una dolce stretta di mano. Percepii che fosse così sicuro fra la sua mente e i suoi ricordi che di colpo mi sentii tanto invidiosi da voler invecchiare così ardentemente per starmene io al suo posto a raccontare storie a mio nipote. E a me pareva tutto troppo simile ad una sindrome di Stendhal, che meraviglia!

‘E poi, nonno, c’ha capito qualcosa?’ volevo entrarci con tutti e due piedi nella storia, volevo un po’ essere io quel bambino goffo di fronte ad un omone grande e grosso in un freddo pomeriggio degli anni ’50. ‘Tutto è chiaro ora maestro, è così semplice!’ subito proseguì ‘Beh, mi sorprese, disse qualcosa come queste parole e ne pareva proprio convinto. Tuttavia, non potevo dirmi d’aver fatto un buon lavoro, non potevo esserne certo ed aspettai. Le cose buone hanno bisogno di tempo, questo lo capisci, vero?’. Di contro, non ci riuscivo a controbattere. Di tempo ne avevo, di pazienza meno ed è per questo, mi ripetevo, che non andavo forte con la matematica. Proseguì sempre meno incerto e con un abbozzato sorrisetto beffardo in mezzo alle rughe ‘Tornò il pomeriggio seguente, sempre goffo e paffutello’ e senza indugi lo mise alla prova che ci aveva la vista lunga. ‘Allora, vediamo se davvero hai compreso la lezione di ieri. Vediamo un po’. M’hai detto che tutto era semplice quindi so bene che non avrai problemi a dirmi cosa sia una frazione!’ e rispose subito senza pensare quel testone di 12 anni ‘Certo maestro, ci ho capito tutto! Una frazione è una mela! Proprio una mela, una di quelle rosse che la signora Eva tiene lì nel coccio.’

Al che sbotto a ridere di gusto, naturale come un fiore che sboccia fra la neve, rido ancor di più per mio nonno che se la ride a sua volta ed è così buffo col volto che si raggrinza che pare le rughe vogliano mangiargli la bocca ed il naso e lasciare soltanto quei meravigliosi occhi profondi. Ride di gusto pure lui, naturale come quando ha circumnavigato l’Africa soltanto per respirare a boccate piene le sue sigarette fra i venti oceanici. ‘Allora lo dissi alla madre che per lo studio non ci era portato, non accettai soldi e non volli farle perder tempo. L’onestà è quella cosa lì e lo capisci bene, ne sono sicuro. Vedi.. io le persone le capisco al volo. Ci scambio due parole e so cosa hanno in cuore, ne colgo la natura, lo sai o non lo sai. Io ce l’ho come un dono, capisco le persone al volo. Quel ragazzo non era fatto per la matematica, forse neppure per lo studio, perché diamine andar contro la propria attitudine? E sai, è lo stesso con te’ sbotta secco mentre il tono diviene serioso quando mi pare di tornare indietro a 20 anni fa, quando mi guardava severo e dolce come solo lui riusciva a fare. Abbiamo quei dannati stessi occhi, guardarli è un po’ come potersi leggere dentro e convincersi che lui sa, sa tutto. In quell’istante mi sento così nudo, con la mia anima e le mie paure in bella mostra, tremanti tutte come la mia di mano destra che si avvolge dentro il maglione per nascondersi. Sento già qualche lacrima che preme dentro le borse degli occhi. Sapete quando vi sentite in balia delle onde? La sensazione è esattamente quella, io sballottolato da quelle onde pronto a sprofondare in un denso abbraccio. ‘Proprio come te, che vieni ogni pomeriggio qui per farti dire cosa io abbia capito di te, passi qui ogni santo pomeriggio affinché io ti dica cosa sei o cosa, invece, tu non sei. Ed è qui il tuo errore. Non ne hai bisogno, non lo capisci, vero? Non lo capisci che tu lo sai cosa ci sia dentro, lo sai bene ma pretendi solamente che sia io qui a dirtelo. Hai degli occhi che capisco più d’ogni altra cosa, hai il mio stesso dono ma sta a te credere a ciò che vedi, non alla mia bocca stanca dirtelo. Noi ti possiamo soltanto accompagnare ogni giorno, possiamo tenerti per mano se vuoi, ma sei tu a mettere un passo dopo l’altro e scrivere la tua storia. Non puoi di certo aspettarti che la racconti io o ti dica come debba essere. Però tu continua a farmi visita ogni pomeriggio, come hai sempre fatto, ma smettila di cercare il mio sguardo per ricevere la mia approvazione. Vieni qui, come sempre, ma per sentire le mie storie. Solo per una storia, come quella della mela che era anche una frazione.’

Quanto a me sentivo il suo sguardo vegliarmi mentre attraversavo la strada sotto il finestrone, proprio come faceva quando ero bambino, mentre io proprio come un bambino piangevo ancora, mentre io proprio come fa un bambino chiedevo un’altra nuova, bella, sua storia. 

 

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