Prosa, Racconti tramandati

Mio nonno

11 maggio 2012

A mio nonno,

al grido di vivi e insegna mi hai insegnato a vivere.

 

 

 

 

È strano starsene qui seduti con le gambe intrecciate, con le cosce a contatto col pavimento gelido come capitava spesso da ragazzino. La schiena appoggiata alla dorsale di legno che ricopre l’arcata che va da una parte all’altra della stanza e che con lo sguardo percorro piano piano, in un senso ed in quello inverso affaticandomi scavalcando uno scalino alla volta quest’immensa scala a testa in giù; tutto pare come allora, l’odore del borbottio dei fornelli e l’incresparsi delle nuvole oltre le finestre in un cielo che si accartocciava nel grigiore dell’inverno che avrebbe presto bussato forte alle porte, tutto è rimasto tale, come i volti sulle foto lì sui muri e l’argenteria che a poco a poco ha perso lucentezza ma che conserva la sua integra bontà.

Tutto scorre e resta uguale, solamente un po’ più stanco.

Sono le 11 più o meno. L’orologio fa i dispetti, la puntualità come carattere no. I miei capelli ondosi vibrano quando il portone si chiude in un tonfo che riecheggia in tutta la casa attirando la mia attenzione, perfino un uovo di struzzo rosato nella vetrina sembra perdere l’equilibrio e per pochi attimi dà l’impressione di venir giù; la moka stenta a fischiettare ma inonda le arcate del salotto di un soffice odore sollevato soavemente dal canticchiare di mia nonna nell’altra stanza. Io bambino, m’incuriosisco. Da lontano i passi bruciano l’attesa, fieri uno ad uno, come il tempo, come un dolce deja-vù. Il bello di essere bambino è essere capace di dare una cosa per scontata ed al tempo stesso esserne totalmente agitato, preso, afferrato come in un dolce gioco di seduzione nell’amplesso dell’amara conoscenza della vita. Gli occhi tesi si irrigidivano e la testolina scoppiava di domande. Cosa ci sarebbe stato questa volta nel secchio? Chiudendo gli occhi contavo fino a tre quasi ad esprimere un desiderio e lasciavo che il fruscio aspro della porta sul pavimento squarciasse i miei pensieri. Erano le 11 e mio nonno era tornato dalla campagna, stanco e sporco, con la terra che come in un felice quadro avanguardista gli impregnava i pantaloni tenendo in mano un pesante secchio verde.

Oggi era giorno di pere.

Sono anni che ormai mio nonno in campagna non va più. Ma seduto a leggere il giornale in salotto lo si vede alzare lo sguardo e salutare a modo suo le colline tutt’intorno. Non gli ho mai chiesto cosa pensasse in questi momenti perché non ne ho il bisogno, in fondo lo so benissimo. Gli occhi son gli stessi, neri e duri che sanno arrivano ben oltre l’orizzonte, tanto gelidi che la gente si chiede come possano scaldare così tanto un’anima, ve lo assicuro. Ed oggi come ieri, a pochi passi l’uno dall’altro lo stesso sguardo diviso da mezzo secolo di vita ma unito da qualcosa che pare difficile spiegare, forse proprio quell’orizzonte dove tendiamo a sporgerci, con la mano, con la mente.

Il mondo da una finestra odora in modo diverso, un po’ di chiuso un po’ di clichè post-moderno. Il giornale parla parla e bla bla bla, la mente scappa verso i ricordi in bianco e nero di foto che sbiadiscono negli armadi ma non nella memoria statuaria di uomo che alla vita stessa aveva insegnato come vivere. Su per le Alpi svizzere con la sigaretta in bocca dandone tre bei sorsi e soffiandone via nuvole dense di pensieri che annebbiavano tutto, soffiava la mente di mio nonno come uno scirocco scoprendo le pietre massicce delle piramidi egizie nel caos di suoni e odori del suk di Alessandria con qualche ragazzino con la cariola che lo seguiva in attesa della ricompensa. Tornano i monti e poi le colline ed i deserti, poi le spiagge ed i beduini, le navi e le corse in auto su e giù nel dorso spinoso dell’Italia e per il mondo con i pensieri ad intrecciarsi, sempre accesi dagli occhi e dal cuore, immenso e raccolto nel palmo della mano, un po’ ruvido ma che sa carezzare. Dall’alto ad osservare e scriversi la vita nella memoria come in un taccuino con le pagina ingiallite dal fumo, un libro segreto custodito dalla riservatezza e dagli occhi che così bene mi pare di capire. Quegli stessi occhi che si distraggono dal giornale e volano tra le pagine del taccuino, sulle onde vorticose del fumo di una MS e di corsa giù dalle dune lasciandosi cullare dal caldo ricordarsi di sé stessi.

La vita sa rattristare anche quando è bella, sarà per questo che la gente fuma troppo, la nebbia distrae lo sguardo e culla i ricordi annerendoli e facendoli sbiadire.

Poi le foto sbiadite vengono infiammate da una voce dalla cucina.

«Ciccio!»

Chiunque abbia mai frequentato quella grande casa verde non può dimenticarsi quel suono, inconfondibile. Impresso nella memoria e sui sorrisi che provoca sui volti di tutti,perché così bello, così di casa. Tutt’oggi continuo infatti a sorridere steso sul pavimento di marmo del salone mentre cerco la frescura dall’afa di agosto, sorrido e con i piedi spingo spostandomi ed avvicinandomi un poco più vicino la porta tanto per osservare quelle mani stanche pulire il pesce. Avrei voluto tante volte imparare a pulirlo in quel modo, anche solo per imparare qualche altra cosa, ma a me il pesce non è mai piaciuto, abbiamo sempre riscontrato un’incompatibilità reciproca. Ricordo però quando quelle stesse mani erano meno stanche, erano più forti nell’aspetto e più sicure nei gesti e seguivano i movimenti delle parole dei suoi discorsi così come un maestro d’orchestra armonizza tutti i suoni, mio nonno armonizzava le sue idee ed i suoi ricordi in caldi discorsi pervasi da una vita intensa che si stagliava come una storia nei miei occhi. Bastava seguire l’ondulare deciso dei suoi palmi per scivolare nei sogni e cadere a capofitto nella sua vita, nelle sue avventure guidati dalla sua voce, rombante come il motore della vespa che aveva in gioventù. Era stato uno dei primi del paese, mi ricordano spesso. Un piccolo paese, troppo piccolo per queste storie con strade troppo corte per chi ha lo sguardo che arriva ben oltre.

Che sia solo questo il segreto, guardare oltre scrutando l’orizzonte accarezzando il futuro con il cuore prima della mente?

Avvicinandomi sbirciando nelle ante della dispensa è piuttosto facile notarlo volgersi lievemente verso di me, poi la domanda a voce bassa. «Come va l’università?»

E mi giro guardando il tavolo della cucina; ci sono io che dondolo su una sedia di legno dalla quale continuo a togliere i perni per gioco, che tutt’ora se ne sta lì un po’ più traballante e mio nonno seduto sulla panca appoggiata al muro. I quaderni che iniziavano con le tabelline ed i ricordi delle letture ad alta voce di italiano, le lettere A ed i libri di scienze; le ore che scorrevano nell’orologio sopra il tavolo che di nascosto sguardavo e gli occhiali neri sul suo volto che riflettevano le mille tonalità sbarluccicanti del camino alle mie spalle. I pomeriggi seduti uno di fronte all’altro coi fogli sparsi su tutto il tavolo ed i discorsi sul latino e sul greco che con gli anni vennero fuori e che ci facevano sorridere. Le parole, le parole, le parole. «Su quel tavolo ce ne abbiam passate di ore assieme vero?» è una cosa che vorrei dire spesso, ma poi taccio.

Ci penso solo un po’ su e sorridendo amaramente rispondo a voce ancor più bassa: «Tutto bene, tutto bene nonno.»

Il tempo di lasciarsi sfiorare dalla brezza del balcone che è pronto da mangiare. Ricordo quella stessa panca appoggiata al muro dove ci sedevamo accanto, lui un’omone alto ed io bambino che con gli anni però crescevo e lo raggiungevo ed ora che invece l’ho raggiunto abbiam cambiato tutti posto, come a voler dire di aver imparato quello che si dovesse imparare. Ed un buon bicchiere di vino diventa più confidente assieme ai discorsi da adulti che escono dalle bocche carnose che con gli occhi neri e gli sguardi da bambini che sognano ancora quello che è stato e che sarà. Si confondono i ricordi in un’unica grassa risata come se davvero quello sguardo ci unisse più del fatto di avere lo stesso nome.

«Io vado a riposarmi.»

«Ci vediamo dopo nonno, passo a prendermi il caffè.» è quello che rispondo, ma in realtà penso: «ci vediamo dopo nonno, passo a chiacchierare un po’».

E guardando il piatto vuoto presto attenzione ai passi, com’eran prima e come son oggi, in fondo sono solo un po’ più stanchi ed affaticati perché di strada quelle gambe ne han davvero fatta.

Ed io lo so bene che in realtà ci stai fregando tutti, te ne stai lì sul letto a fingere di dormire, ma in realtà te ne starai seduto a qualche tavolino somalo al riparo dalla calura in compagnia di qualche locale a parlare chissà come e chissà di cosa. E alle tue spalle un muro di calce bianca, così fresco. Accanto a te, ai tuoi piedi quel ghepardo che ti teneva compagnia. E ci stai fregando ancora, lì con gli occhi semi chiusi nel letto a controllare che non ci sia nessuno, col viso che smorfia tutto e la bocca che si acciglia, lì al tuo tavolo con la camicia avana sporca di calce, ti fumi la tua MS a sorsi pieni e buoni e guardi oltre la scia di nebbia grigiastra e la soffi via sussurrando: « Che vita! Che vita!».

«E ci stai fregando tutti che credevamo di averti tolto le sigarette..» penso ridacchiando appoggiato al muro accanto la sua stanza, controllando se anche questo muro abbia macchiato la mia camicia, ma ahimé così non è.

E alle mie spalle chiudo la porta. BAM.

«Che vita! Che vita!», mi rimbomba in testa. Un passo alla volta per le scale e una sbirciatina alli viti sulla testa che una volta rigogliavano splendenti con l’uva grossa che mangiavamo il pomeriggio, appoggiati al vecchia Renault bianca col cassone piena di terra ed attrezzi col cambio in orizzontale accanto al volante. Le pietre del pavimento un po’ più rialzate e qualcheduna ormai a pezzettini. Mi giro gettando l’occhio alla finestra dove mi controllavi attraversare la strada, è aperta ma non c’è nessuno; sarà che son solo un po’ più grande, sarà..

Tutto scorre e resta uguale, solamente un po’ più stanco. Forse non proprio tutto, ma noi e noi sguardi neri e le colline tutte intorno si.

È così, si deve essere proprio così: siamo solo un po’ più stanchi..

Potrebbe piacerti

  • Ti concedi raramente.
    Ma quando lo fai, ecco. E’ meraviglioso.
    Bellissimo leggerti.

    • Io e lo scrivere ci facciamo i dispetti ultimamente, ma questa ecco è uscita col cuore.

      Grazie Dis!

      • Si sente rigo dopo rigo, parola dopo parola.
        Complimenti.

  • Io non trovo le parole giuste ma so che le emozioni provocate sono forti belle e … Di più.
    Bello , bello e bello. Di piu

    • Grazie. Credo che tu le capisca molto bene!

  • M’hi fatto riavere un nonno per dieci minuti…
    Grazie ancora

    Johnatan

    • Sono contento tu abbia apprezzato..
      appena avrò un po’ di tempo cercherò di spulciare bene bene il tuo blog che a primo impatto mi è piaciuto parecchio.

      A presto

      Spud

Rimaniamo in contatto

Iscrivendoti al blog riceverai i nuovi post direttamente nella tua posta elettronica.

Qua la pinna! Grazie per la fiducia concessa al Tricheco.

Ehm, qualcosa è andato storto.

Send this to a friend