Prosa

L’uomo che tornava a casa

14 agosto 2010

Barcollavo. I lampioni al bordo dell’asfalto mi mettevano al centro dell’attenzione, ero l’artista più in voga di Hollywood! Non avevo però una firma sulla strada, non ero neppure in America, non ero un artista. Ero solo decisamente sbronzo, ci avevo dato giù pesante quella sera. Le luci mi costringevano ad andare avanti, erano la mia unica via di scampo da questa città, dovevo fuggire a gambe levate o sarei morto. Le case intorno erano matriosche di menzogne, famigliole in riproduzione seriale luccicavano come l’argenteria di mia nonna, ridevano di fronte alla cena trionfale dedicata al padrone di casa, l’uomo dal golfino rosa. Pensai che in quelle case non avessero mai spento la tv così da fare uscire fuori le pubblicità che divennero pian piano la realtà, ero convinto che da un momento all’altro sarebbero usciti i Denver Broncos urlando che il chili di “Nonna Pearl” era il preferito dei bambini.

Dovevo sedermi, ero stanco e le gambe non reggevano il peso delle mie verità ma dovevo continuare, la fermata della metropolitana era a pochi passi, dovevo desiderarla solamente, ma non era facile.

Per uno come me non è facile come voi tutti andare in metropolitana, è come portare un integralista cattolico in un’orgia, solo che sotto terra. Persone ovunque, per le scale, nei bagni, in piedi, appoggiate ai cestini, e fanno file ovunque, al giornalaio, al bar, alla macchinetta sgancia biglietti, la gente paga per sedersi a fianco a sconosciuti che non degnano di un alito, in 7 minuti arrivano dove vogliono quando a piedi ci impiegherebbero tre volte tanto esclusa la sosta al bar per un negroni; salgono & scendono mentre io continuo a pensare che mi fanno schifo i colori con cui distinguono le linee, fossero tutte nere e si chiamassero una la linea Baudelaire e l’altra Poe sarebbe decisamente meglio, sarebbe la cosa giusta, lo vorrebbe pure Dio. Ma quella del bruco sotterraneo era la mia unica soluzione, l’autista del notturno non mi avrebbe fatto salire, me lo aveva promesso l’ultima volta – “fatti rivedere e ti butto sotto” -, questo non era il mio momento, non era così che sarebbe finita. La mia morte l’avevo vista da bambino. Ero a scuola, in seconda elementare e come compagno di banco avevo un certo Alberto, un tipo stronzo ed inutile, e nei suoi occhi inutili vidi la morte che mi aspettava, sarei schiattato come ero nato, con la faccia tra le labbra di qualche passera.

E di passera ultimamente non se ne annusava, fanculo meglio così. Dovevo prima raggiungere il mio letto e domani poi con calma sarei potuto morire.

Riuscivo a vedere quella stupida M luminosa anche se era ancora distante, i miei passi si facevano sempre più singhiozzati, ci avrei messo meno saltellando su un solo piede. Passai accanto ad esseri umani con cani, l’animale era attaccato al guinzaglio che l’uomo tirava per mostrare il suo potere ed il suo successo, il cane mi abbaiò, dovevo disgustarlo assai e non riuscii a pensare che avesse torto; lo sguardo dell’uomo mi seguiva, avevo invaso la sua zona e non gli piacevo, temeva di perdere la verginità della figlia, l’integrità della moglie, la conservazione dei suoi beni e forse più di ogni altra cosa non voleva trovarsi il guardino pieno dei miei sporchi comodi. I suoi occhi prendevano a calci la mia ombra così che accelerai per quel che potevo, dovevo affossarmi nel mio umido letto.

Volevo lasciarmi alle spalle questa serata, la mia emicrania cronica e quel cane, domani tutto sarebbe stato diverso, avrei vinto alla lotteria e avrei sistemato la mia casa con pavimenti costosi e mobili di valore. Per pensare caddi per le scalette di discesa nella metropolitana, cazzo. Faceva davvero schifo, e non solo quella pozza di piscio che annusavo con la facci a terra, ma anche tutto il resto, sembrava l’entrata dell’inferno, anche il nero che suonava la sua chitarra doveva essere messo molto male, aveva poche monete nel cappello, non era bravo e stasera non avrebbe mangiato; provai a parlargli di orge dionisiache ma non capiva, voleva solo suonare la sua musichetta per menti stupide. Gli augurai tutto il godimento della morte, quel bastardo non capiva che le persone vivono solo se nutrono la mente, lo stomaco è per i deboli.

Vedevo in quattro o cinque dimensioni, non sapevo se avessi preso la direzione giusta, la linea giusta, non so neppure se fosse una stazione, magari era un fast food: la puzza di stupidità era la stessa. Raggiunsi la pensilina, c’erano tante altre persone ma mai mi ero sentito così maledettamente solo, erano anime col corpo al guinzaglio. Mi poggiai al muro, potevo sentire tutte le incanalature delle mattonelle che graffiavano la mia schiena: facevo fatica a stare in piedi o era il mondo che faticava a restare fermo. Vedevo un padre che tirava a sé il figlio, ero un rifiuto, uno scarto dell’ideologia predominante, ero pericoloso più di un uomo col fucile.

Pensavo a come sbancare il lunario, pensavo alle prime labbra che mi aprirono il sipario, pensavo alle sbronze in decappottabile su per Mullholland drive, pensavo che..

Il treno entrava in stazione, era un fallo che con cattiveria distruggeva l’imene che si trovava di fronte, quella troia doveva avercela fatta sudare. Mi alzai, dovevo provare a non cadere e soprattutto centrare le porte, cercai di sputare a terra ma mi presi i pantaloni, un ragazzino nel vagone rise e lo sentii, gli ricordai come la madre terra fosse magnanima per donare cibo in scatola a certi stronzi della società come lui, che nascevano con il mito del sogno Americano e morivano in tombe firmate a 21 anni dopo un frontale contro un pino con la loro auto sportiva, rimase in silenzio, in fondo avevamo perso entrambi, lui non capiva mentre io si ma entrambi saremmo finiti tre metri sotto terra, sotto della fottutissima terra piena di vermi, la stessa che faceva uscire la pannocchie nel campo in campagna quando ero ragazzino, tutto tornava.

Lo scompartimento era un’orgia interraziale di odio e ignoranza, nessuno sembrava parlare la mia lingua. Sembrava una sala da ballo, le persone ondeggiavano a ritmo, tutte insieme, era una coreografia studiata per confondermi, per ricordarmi che questa città non mi voleva. Il postino non mi voleva, il lattaio non mi voleva, il sindaco non mi voleva, il maniscalco, la prostituta e il barbone squattrinato non mi volevano, il ragazzo biondo che passava per la città e mia madre e la bambina che si lanciava dallo scivolo non mi volevano, la sorte mi era avversa, neppure il cielo scuro come il sangue che avevo dentro e denso di stelle come il vestito della mia amata il giorno delle nostre nozze mi volevano.

Volevo scendere ma la mia stazione non arrivava, le persone si davano il cambio nel ballo della monotonia cittadina, io non ci sarei stato capace, pensai. Si avvicendavano capelli biondi e mori, tette grosse e tette con solo capezzoli sopra, troie e falliti, prostituti dei cliché metropolitani e sacerdoti devoti all’opprimente culto della velocità. Tutti si muovevano in questa danza così sensuale e allo stesso tempo banale da farti passare l’erezione che mi era venuta con il cartello pubblicitario delle mutandine di una certa “Jennifer”. Io ero il solo a stare fermo. Il solo ondeggiare del treno mi faceva salire conati di vomito dritti nel cervello, li ributtavo giù come una zuppa di merda, avevano un retrogusto di gin e morte, sembravano i drink che passava il barista del paesino dove trascorrevo le vacanze quando ancora ero un umano come voi, guanciotte piene e figurine in tasca.

Io odiavo quelle persone, e loro odiavano me anche se non sapevo bene il perché, certo facevo ribrezzo ma non ero io quello che indossava stupide polo rosa; il fatto è che non capivo le persone, avevo perso le istruzioni della vita e non avevo mai trovato il tempo di cercarle così passavo il tempo ad odiare ciò che non capivo, tuttavia non potevo immaginare che ciò che io stesso odiavo mi guardasse dall’alto in basso e ridacchiasse guardandomi in un angolo della sala da ballo. Già. Non ero neppure il nulla ma ero invece il male, il buio, i sogni dove muore tuo padre. Potevo vedere la mia immagine riflessa nei loro occhi, il peggior quadro che avessi mai visto, sentivo che piangere sarebbe stato ciò che loro avrebbero fatto perciò decisi di alzarmi, mi reggevo con difficoltà ad un tubo, uno di quelli dove si attaccano gli umani nei bus, ridevo, ghignavo e sbavavo ma quello era effetto dell’alcool. Era il mio momento, l’attenzione mi baciava il collo, dovevo vincere io, dovevo e non credo di aver fallito. Riuscii nel mio intento di farmi odiare, farmi schifare e non farmi divorare dal quel mostro ignobile che è la banalità rappresentata da quelle persone, mi aprii i pantaloni e tirai fuori il mio cazzo. Quella pisciata mi liberò e l’espressione sulle facce di quegli insetti mi fece godere più di quella volta nel bagno delle scuole medie con quella ragazzina di cui si parlava, e giustamente, un gran bene. Fanculo tutti io mi sentivo libero come non mai, era la mia fermata, tutto girava nel verso giusto, la sbornia scemava piano piano e le ascelle non mi puzzavano e a me bastava così, questa è la felicità.

Camminavo più veloce e più camminavo meno avevo sonno, i corridoi delle stazioni della metropolitana sono troppo lunghi e inutili, lo fanno apposta così tu ti odi ed esci a comprare borse da 600 dollari, ma tanto con me non attaccava, ero un tipo dritto e lì sotto tutto mi funzionava bene. C’era un tizio con una chitarra che storpiava ogni nota che volesse prendere, assomigliava a qual vecchio gran bastardo che era Johnny, si lui, il Cash di “Give my love to Rose”, gli chiesi se avesse mai incontrato quel Dio che teneva appeso al collo, impalato su una croce come se quella fosse la cosa peggiore che gli potesse capitare; mi rispose col dito medio e mi bastò così, era stato il dialogo più sincero degli ultimi tre mesi, volli bene a quell’uomo per 45 secondi, il massimo che da me ci si potesse aspettare.

Vedevo i tetti dei palazzi e i balconi con le mutande stese, che visione meravigliosa, ero fuori dall’incubo. Annusavo l’odore dell’aria che sapeva di sogni mattutini, forse la vita non era così orrenda, forse avrei dovuto trovarmi una brava donna che mi desse un bacio il mattino prima di uscire per andare al bar dai miei compagni filosofi, e forse avevo fame. Sorridevo alle stelle che luccicavano solo per me, baciavano la mia fronte e mi rimboccavano la coperta, ridevo come un bambino, come quando senti che non hai problemi e mentre giochi nel parco inizia a piovere e bagnato senti che lassù le nuvole vegliano su di te; i passi erano regolari, destro sinistro e sorriso, destro sinistro e sorriso, ero bravo, ero il migliore in questo gioco. Tutto era facile, non ebbi problemi neppure nel trovare le chiavi, presi il buco della serratura al primo tentativo, la porta sembrava aprirsi da sola e dentro c’era la mia festa a sorpresa, tutta la dolce solitudine che mi accoglieva nel mio nido.

La luce non era mai stata così accesa. I miei vetri mai così lindi. Il frigo non puzzava di marcio. Il letto era fatto e attendeva di potermi amare. Avevo vinto, potevo perfino scegliere di dormire e anche se non avevo sonno potevo buttarmi giù e chiudere gli occhi fino a quando avrei desiderato, ero come ai miei 11 anni quando volevo godermi i regali dopo la festa del mio compleanno. Ma sapevo godermi la felicità io, ne lasciai un pezzettino avvolto nella stagnola così che il giorno dopo avrei potuto annusarne un po’ e mi sedetti sul letto, aprii la mia copia del “Così parlò Zarathustra” per vedere l’autografo di Nietzsche nella seconda pagina, sapevo bene era uno scherzo di qualche idiota ma ero felice come un bambino, avevo il mio autografo, la mia firma, gli occhi scintillavano di lucine blue, sentivo perfino l’odore di candele alla vaniglia che non potevo comprarmi. Poi le tempie sprofondarono nel cuscino che il destino mi aveva donato e sentii la coscienza fuggire per penetrare le dolci labbra dell’ignoto.

Dio si era preso una vacanza, avevo vinto io questa battaglia. Fuori la notte gridava di sirene della polizia ma a me piaceva così, in questo mondo non avevo scelto io di venirci, ma sceglievo io come vederlo. La finestra mi sussurrò del vento fresco per tutta la durata del turno di sorella Luna. Domani avrei lottato di nuovo e avrei fatto colazione con una crostata alla ciliegia e chissenefrega se non avessi mai partecipato a Wimbledon o non avessi avuto la parte per il provino del Cyrano, io ero l’angelo più alato di tutta la galassia e voi no!

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  • Ma è ..pazzesco!
    Io.. penso di essermi commossa.
    Davvero emozionante.
    Ho un sorrisone stampato in faccia e mi dispiace, ma la mia mente al momento non filtra le frasi cretine e banali che sto scrivendo, quindi.. accetta il mio goffo applauso 🙂
    oddio.
    Mi sento minuscola. <)
    Qui c'erano gli Ash Ra e strani flash alla HellBlazer 🙂
    Bravo bravo bravo!!

    • Grazie.. fa davvero strano sentire tanti apprezzamenti, son sincero, non ne sono particolarmente abituato!
      E mi fa ancora più piacere vedere che continui a camminare tra queste pagine..

      Ho provato ad accedere al tuo blog ma mi da messaggi di errore, non avrai mica smesso di scrivere vero?

  • Ho un computer ..insulso.
    Totalmente inaffidabile.
    ..e vivo in un paese insipido, isolato ed esiliato <)
    Non ho smesso di scrivere ma ho problemi di connessione ( generale ) e quindi, tutto quel che faccio e creo standomene seduta davanti a questo bel bidone, beh..
    Non funziona 🙂
    Ho provato qualche rito propiziatorio, macchè..
    Quando riesco a connettermi al blog, faccio festa 🙂
    Quindi è tutto, un po'.. confuso.
    Comunque il mio è un blog senza senso.. non ha tempi, temi o ..logica.
    Non mi aspetto che qualcuno ci perda del tempo.
    ..Ma comunque,
    grazie per avermelo chiesto 🙂
    E, concludo:
    Ti assicuro che i miei complimenti, sono un qualcosa di mooolto raro:)
    ..il mio nome è solitamente accompagnato dall'aggettivo "stronza" ..o "apatica".
    Quindi..
    Sono commenti sinceri 🙂

    J' aime ta fantaisie!

    • L’apaticità è la qualità di chi pretende il vero in questo mondo.
      Bukowski scriveva: “Passai accanto a 200 persone e non riuscii a vedere un solo essere umano”.
      E se lo diceva lui, neppure Dio poteva contraddirlo!

  • Ok.
    Prova a cliccare sul mio nome..
    Adesso dovresti capitombolare nel mio stupido blog:)

    ..scusami, ma non sono riuscita a non scriverla!
    Capitombolare.
    .. mai scritta questa parola prima d’ora, giuro <)

    • Si ora funge! Appena ho tempo mi ci dedico un po’, promesso!

  • Troppo gentile 🙂

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