Dicono tutti di essere Albert Serchowski, Prosa

L’invasione delle angurie giganti

14 novembre 2011

Racconto 'L'invasione delle angurie giganti' è stato pubblicato sul blog Il tricheco psichedelico

“Non ci sono notizie dall’interspazio. L’invasione delle angurie giganti ha distrutto tutto ciò che con fatica avevamo costruito. Preghiamoci su.”

Ero pazzo. Ero matto. Avevo insomma le rotelle fuori posto, ma non è che fossi malato, no questo no, ero uscito di senno dopo aver ascoltato per la prima volta un album di Miles Davis, ci ero entrato tutto dentro e avevo fatto poff come in una pozzanghera, solamente che questa pozzanghera era grande quanto l’oceano e alla fine ci ero affogato, senza riuscire e forse senza volere mai più tornare indietro. Ma questo messaggio lo stavano davvero passando alla radio, non era la mia fantasia, era RadioNebula sulle frequenze 103.9 che delirava, anche loro erano pazzi. Conoscevo il proprietario, era una adepto di quelle sette che vanno nei campi di notte vestiti d’alluminio per farsi prelevare dagli alieni, erano 15 anni che ripeteva che la sera dopo sarebbero venuti a prenderlo. Son 15 anni che puntualmente lo vedevo la sera dopo ubriacarsi, forse cercava solo una scusa per bere e farsi compatire da una città che non aveva molto di cui vantarsi; l’unico di noi che ce l’aveva fatta viveva nella capitale e suonava in un complessino jazz, in pochi sapevano che era davvero penoso ma quantomeno era scappato da questo buco di cesso dove noi eravamo costretti a rimanere.

Da anni la mia sveglia suonava quando ero già sveglio, si poteva dire che ero io a farla alzare: trillarono le otto e mezzo disturbando il mio riflettere, la testa spezzata in due la presi a mani strette avvolgendola con i calli di una vita scomoda da afferrare. Sbadigliai buttando giù l’unica aria respirabile della giornata e con la mano afferrai due pillole, Dio solo sapeva fossero quelle giuste e le feci scivolare giù in gola con un po’ d’acqua. Rimasi qualche minuto ancora seduto a bordo letto con la radio accesa che strimpellava musica acida per una mattina che appariva già scaduta. Erano questi i momenti in cui avrei desiderato una donna, con le loro mani san fare bene tutto, io rovesciavo sempre il caffè perché mi bruciavo quindi spesso non lo facevo anche se ne avevo voglia, lo dicono anche in televisione che la colazione è il pasto più importante della giornata ma la fregature è che non ti dicono come fare per trovarti una brava donna. Maledetta modernità, mio nonno minatore non avrebbe mai avuto tali problemi. Buttai giù altre due pillole che non avevo mai visto prima d’ora, tanto avevano lo stesso sapore delle altre e io sarei rimasto pazzo sempre e comunque, pillole o non pillole, donna o non donna, caffè o non caffè, cazzo moscio o cazzo duro.

“Le angurie giganti hanno preso possesso dei vertici governativi. Ci insemineranno tutti. Ci sodomizzeranno. Prepariamoci al peggio. Il cielo si tinge di rosso a puntini neri, fatevene una ragione. La resa non è una condizione, è la condizione.”

Dovevo alzarmi e cercarmi un fucile, se la radio diceva la verità sarei vissuto ancora qualche giorno altrimenti avrei bevuto succo di cocomero per una settimana. Le mutande per fortuna le avevo addosso, il che significava meno energie sprecate a infilarsele sù, pulite o non pulite faceva lo stesso, ad ogni modo non ci avevo mai fatto caso per tutta la vita. Mi alzai ed ero già stanco. Presi un paio di pillole verdi, mi avrebbero dato vigore, scostai leggermente la tenda e fuori tutto sembrava tranquillo, pensai che fosse tutto troppo tranquillo, avevo bisogno di rinforzi per quelle angurie non volendo finire sodomizzato: era tutta una vita che il mondo si faceva i porci comodi con il mio culo, era arrivato il momento di dire basta. Alzai il telefono e feci il numero di RadioNebula. 789489666. Attesi qualche minuto e poi mi buttarono in linea in diretta.

«Salve sono Albert, vivo al 19 di Flamenco Road dopo la fattoria degli Yashin, quella dove piantano l’erba. Cazzo, quella robaccia vi brucerà il cervello, ve lo dico io! Comunque ho bisogno di rinforzi, credo che la macchina non funzioni e voglio un fucile, questa è una guerra e sono stato tenente nel Golfo, ho esperienza vi dico. Portatemi anche delle pillole, per qualsiasi cosa.»

Non sentii la risposta perché spensi la radio. Temevo che le angurie potessero intercettare il messaggio. Ero solo ma per una volta non avevo paura, dovevo solo andare in bagno e prendere un altro paio di pillole. Ad ogni modo presi con me un coltello di quelli grossi da macellaio, me lo regalò un tizio, uno straniero di passaggio in città, cioè a dire il vero non è che me lo donò, aveva fatto una rissa con Bembo il bullo della città ed era a terra svenuto, pensai non gli servisse più e io non avevo un coltello così bello.

Ero sul cesso, e leggevo il libo del poeta del paese, Maverick, mi aiutava a tenermi in forma la sua arte, era un rimedio naturale. Pagina 34 poesia dal titolo “Tienimi la luce del sole”:

L’affettava per bene
con la lama
con la cazzo di lama.

La sua tomba e la sua forma.
Spuntò il sole sul mio grano
e lo lasciai
all’amata Anita mia.

Se lo tenne tutto per sé
nei suoi capelli.

Puttana egoista.
Salutami Dio.

Annegai quel che rimaneva del mio disprezzo dei giorni precedenti in quel cesso ed uscii. Da un cassetto in soggiorno presi una collana d’oro appartenuta a mio nonno; si il minatore, sudò una vita intera per regalarla a mio padre che la lasciò a me. Finora non l’avevo mai messa, ma chissà che non mi potesse portar fortuna, poi era d’oro e valeva una fortuna, se fossi morto avrei magari barattato un altro po’ di vita con Dio o almeno ci avrei provato, questo era certo. Nessuno si era fatto ancora vivo. Riaccesi la radio, passavano Cash, la sua voce inaridì tutto intorno e fece sobbalzare il sole alto che iniziò a trasudare, sembrava essere la colonna sonora adatta per l’apocalisse.

“..when I was just a baby my mama told me. Son,
always be a good boy, don’t ever play with guns.
But I shot a man in Reno just to watch him die
when I hear that whistle blowing, I hang my head and cry..”

Non avevo mai sudato così tanto in vita mia, era la voce dell’anima che non sopportava il caldo che essa stessa propagava, tutto schiariva davanti agli occhi, c’era verde ingiallito ovunque e non ci avevo mai fatto caso, presi un altro paio di pillole e tutto tornò verde. Non dovevo impazzire, non ora, non per del verde ingiallito almeno.

“Torniamo per degli aggiornamenti. Noi di RadioNebula siamo dalla parte delle angurie, nostri signori.”

Babbei. Avevano venduto il fegato all’unico, lungi dall’essere migliore, offerente. In casa i muri amplificavano “The long black veil”. Mi sedetti sulla poltrona per guardare oltre, due pillole mi aiutarono a vedere più in là, dov’era il mio fucile? Dove avrei trovato delle munizioni? Dove avr… DRIIIIIIIIIIIIIIIN.. Il telefono incazzato tremava, alzai la cornetta e stetti in silenzio ad ascoltare.

«Qui parla il tenente Xitelax dal pianeta che voi chiamate F7H1KLZ, sono a comando della brigata “Coyoti funebri”, i più cazzuti guerriglieri dello spazio, nulla ci intimorisce. Lei Albert deve resistere fin quando non saremmo arrivati sul vostro pianeta, le angurie giganti tenteranno di sopprimerla ma lei deve resistere. Si mantenga insano di mente, noi arriveremo. Lei spari e distrugga. Il pianeta è nelle sue mani.»

Io avevo delle mani piene di calli, non adatte a salvare l’umanità. Ma se un tenente stellare aveva bisogno di me avrei dovuto darmi da fare. Ci voleva sangue freddo, concentrazione e una dose massiccia di quattro o cinque pillole. Ero un soldato astrale contro angurie giganti che non vedevo. Che giornata di merda.

Mi dovevo preparare perché se la guerra fosse venuta a cercarmi mi sarei dovuto far trovare pronto, pur non avendo attrezzature adatte mi dovevo arrangiare, come prima cosa presi una pentola e la misi in testa, potevo sembrare ridicolo ma dovevo proteggermi, presi una vecchia tuta che usavo per sistemare i trattori giù in città quando lavoravo presso l’officina di Buck, un vecchio figlio di puttana che aveva sganciato un paio di verdoni per vedermi sgobbare, presi anche uno di quei sbattitori per uova al quale montai sulle estremità un paio di lamette per rasoi, per ora sarebbe stata la mia rudimentale arma, ma forse anche la mia salvezza. Purtroppo però mentre correvo per il corridoio volendo serrare la porta di entrata passai di fronte ad uno specchio e vidi solo un tizio spacciato, totalmente, fottutamente con un piede nella tomba. Peggio per lui, l’importante ora era la mia sopravvivenza e non sarebbe stata un’anguria ad impedirmi di sprecare tutti i domani della mia vita. Pillola blu e pillola gialla. Medicina viola a vorticose spirali come il cielo. Lo stavo notando solo ora. Sembrava muoversi e convergere verso il centro, ma in fondo a me sembrava di avvicinarmi ad esso, chi ero io per dire cosa stesse davvero succedendo? Ero un supereroe con uno sbattitore in mano, ero un macellaio di frutta e sembrava fossi l’ultima speranza del genere umano, che di speranza non sapeva neppure cosa farsene.

Ancora respiravo, e respiravo forte.

Ed il cielo continuava a raggomitolarsi.

E la speranza ero io.

Io, con uno sbattitore in mano?

Pillola verde.

“Bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz prshhhhhhhhhhhhhhh bzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzzz”

Il segnale della radio cadde, era il tempo di agire, di fretta.

Scalciai il portone d’entrata con lo stivale, i passi fieri precisi a tempo, lo sguardo chiuso a scorgere ogni piccolo segnale, mentre le labbra giocavano con uno stecchino appuntito, sanguinavo un po’ ma il sapore era buono. Mi avviai per il sentiero camminando al centro della strada lanciando riflessi dalla pentola in testa sulle pannocchie ai bordi dell’asfalto. Stavo sorgendo. Oggi era l’alba.

Una, tre, sette, quindici miglia. E nulla ovunque, neppure una stupida palla di fieno, e neppure vento e non che avessi voglia di vederle ma in giro di angurie giganti non ce n’era neppure l’ombra. Alle mie spalle stavo lasciando sterpaie di ghiaia e sassolini che scoppiettavano sotto i miei scarponi, pop corn come ne mangiavo spesso da bambino ed un senso di ansia che combattevo pensando al caldo di questo sole fatiscente e degradato che mi sovrastava. Palla gialla in cielo significava pillola gialla in gola, semplice da afferrare come ragionamento.

Iniziavo a sentire la gola che supplicava un goccio d’acqua ma mi era rimasta solamente una bottiglietta di sciroppo per la tosse. Mi appoggiai con la schiena ad una roccia sedendomi all’ombra per riposarmi e fare un quadro della situazione. Buttai giù la bottiglietta che mi lasciò una sensazione di dolcezza vomitevole agli angoli delle labbra, ne dovetti sputare una gran parte a terra assieme ad un pugno di sangue. Per quanto possano negarlo i camici bianchi le pillole ti ammazzano, ne sono certo. La melanconica armonia di milioni di insetti mi ammorbidì le guance lasciandomi scorrere in me stesso prima di svuotarmi nel buio nero quando chiusi gli occhi.

E tutto sembrò più facile, più bello, più fresco. Gli alberi si vestirono dei colori dell’autunno mentre il mio sorriso trangugiava 2 o 3 pillole dai colori demoniaci dell’arcobaleno.

“Serchowski! Serchowski! È un banco questo e non il suo letto! Piuttosto venga qui ed esponga alla classe la guerra di Corea, sempre se non ha qualche scusa delle sue. Serchowski! Albert Serchowski sto parlando con lei! Cos’è, è diventato sordo per caso? Serchowski! Serchowski!”

Venni svegliato di colpo, le grida echeggiavano nella mia testa. Che dolore. E senza scusa pronta non sapevo come giustificarmi, la lezione ebbene non l’avevo studiata. Stavo per recitare un dramma familiare che coinvolgeva la povera zia Helena di Springbok Hill quando mi resi conto di non trovarmi affatto in classe, in quell’anno 1973. Pian piano riuscii ad abituare gli occhi al sole trascendente sopra la mia testa, li tenevo chini per quanto era forte. Sciacquai i pensieri sporchi del passato scolastico di cui non andavo certo fiero ed alzai la fronte. Col senno di poi, quel movimento mi sembrò così nobile ed colmo di orgoglio visto ciò che mi stava aspettando.

Una folla di camici bianchi mi osservava sghignazzando, mi avevano disarmato i bastardi perché mi temevano. Avevano le braccia incrociate ed il tesserino di un ospedale con sopra il loro nome e mi sembrava di ricordare quei nomi per un qualche motivo. Uno di loro, uno piuttosto ben piazzato mi si avvicinò con fermezza, teneva in mano le mie pillole, ne prese 3 azzurre e me le infilò in gola tappandomi la bocca ed il naso tanto che dovetti buttarle giù. Diamine chi erano e cosa volevano da me questi dottori? Lo sapevano che i “coyoti funebri” avevano bisogno di me? Strinsi i pugni perché iniziavo ad alterarmi, stringevo i denti e raccolsi la forza per mostrarmi feroce come una bestia; ero carico e sul viso avevo impresso l’emozione di chi non stava affatto scherzando. Ero un duro, un cazzutissimo duro. Di colpo alzai la testa con i nervi delle gengive gonfi e tesi come non mai. Ci volle un attimo affinché la mia sicurezza diventasse sbruffonaggine e poi terrore, tremando sudava la fronte e la bocca si insanguinò per i morsi che diedi al labbro inferiore. La paura congelò quei pochi secondi che sembrarono descrivere il concetto di eternità molto meglio della parola morte, ci pensarono i pantaloni che si bagnavano rapidamente a farmi tornare alla realtà: mi ero pisciato addosso e piangevo, credo perché la lezione sulla Corea che non avevo studiato diventò immediatamente così poco importante. Quei dottori non avevano più teste, né collo ne orecchie né occhi. No. Avevano solo gigantesche angurie che uscivano dal camice. A quel punto ero spacciato ma quantomeno iniziavo a comprendere. Ero io l’unico ad essere minacciato e non tutta l’umanità, loro volevano solo me, solamente Albert Serchowski. Con lo sbattitore o senza. Quell’ Albert Serchowski che non aveva studiato la guerra di Corea e ora si trovava in questa palude di guai.

“Albert siamo tutti qui per aiutarla, ci lasci fare il nostro lavoro. Non faccia sciocchezze e tra poco potrà tornare nella sua stanza dove nulla potrà turbarla. Su Albert prenda le due pillole rosa che l’infermiera Madison le sta portando. Su da bravo. Andiamo Serchowski.”

Non dovevo fidarmi delle loro parole ammiccanti. Erano le angurie e probabilmente sapevano della mia azione di supporto al tenente Xitelax. Già, dove cazzo si trovavano i “coyoti funebri”? Questi bastardi alti 2 metri e con la testa enorme e tutta verde e per di più , cosa che mi terrorizzava, senza alcuna minima espressione su quel volto. Dovevano essere una decina circa, ciò voleva dire che non potevo affrontarli a viso aperto, dovevo attendere il momento giusto, se mai fosse arrivato. Per ora dovevo stare al gioco, ingurgitai le due pillole. Pillola rosa. E pillola rosa. Mi diedero dell’acqua da una borraccia da campeggio e mi presero in due dalle braccia per alzarmi. Dondolavo leggermente per via della disidratazione e probabilmente anche di quelle pillole che mi annebbiavano il cervello, sembrarono tutti stare più rilassati mentre io faticavo a tenermi ritto senza ciondolare, dovetti sentire anche qualche sbuffo di soddisfazione per la missione compiuta, qualcuno riuscì anche a ridere e qualcun altro dovette aver detto qualcosa come «È andata». Non ci pensai due volte, mi girai di scatto e tentai la fuga. Feci i quattro balzi più veloci di tutta la mia vita prima di fare i conti con il mio equilibrio precario, inciampai su me stesso cadendo rumorosamente a terra e battendo la testa sullo sterrato.

Cominciava tutto ad annebbiarsi, vedevo a malapena le sagome sopra di me ed il cielo azzurro, bellissimo e vomitevole allo stesso tempo che si era incollato sopra di tutti noi. Le parole divennero bisbigli, un unica linea verde nell’encefalogramma della mia giornata di merda.

«Infermieri Roberts e Julian, su mettetelo in barella, portiamolo alla clinica. [….]. Dategli un sedativo, lo aiuterà a riposarsi. Diamine muovetevi con quella barella! [………….]. Ah, ehhhm, dottoressa Kinaan, bisogna studiare una nuova terapia, quelle pillole non fanno un cazzo e sono stanco di farmi dire che ho la testa come un’anguria gigante, sono stato chiaro? Ha 6 ore di tempo. [………….] giornata che […………]. [………………..]»

Queste sembrarono essere le ultime parole che riuscii a comprendere prima di alzare bandiera bianca. Mi scusi tenente Xitelax, scusatemi mamma e papà, scusami Albert Serchowski e mi scusi professoressa Hidenburg per non aver studiato la lezione sulla Corea. Era il tempo di dormire sotto questo incenerito cielo azzurro.

“Buongiorno Albert, ti senti meglio oggi? Eccoti la colazione. Per oggi niente pillole, almeno fin quando il dottor Teodor non le avrà assegnato una nuova cura. Mangia tutto, io ripasso tra 40 minuti.”

Sentii richiudere la fessura della porta e i passi che si fecero sempre più lontani. Aprii gli occhi e non sapevo dove mi trovassi anche se sembrava ci fossi già stato. Disegni e schemi delle angurie spaziali riempivano le quattro mura dove ero confinato. Se le avevo scritte io queste cose sapevo molte di più di quanto mi ricordassi. C’era del latte, delle uova e delle salsicce per colazione, lì a terra davanti la porta mentre tutto il resto della stanza sembrava svuotarsi al borbottare del mio stomaco. Che fosse una trappola? Cosa importava. Le angurie mi avevano rinchiuso, i muri a stento mi guardavano in faccia ed Albert Serchowski era solo un nome che cercavo di dimenticare. Mi buttai verso il vassoi come se non vedessi cibo da anni appoggiandomi alla porta, rannicchiai le gambe appoggiando il mento sulle ginocchia e portai le mani piene e gocciolanti di grasso alla bocca, mangiai 3 o 4 salsicce in un sol boccone. Sospirai. Rinsanii. E con gli occhi che tornarono a vedere come ero solito notai qualcosa sotto al letto che sembrava essere attaccato alla rete metallica della struttura, sembrava una busta. La sporcai di grasso e ne strappai l’estremità dimenticandomi tutto a un tratto della mia colazione. Dentro c’era un file, un dossier che portava la firma del tenente Xitelax.

«Soldato Albert Serchowski, siamo onorati di conferirle la medaglia d’onore per il suo encomiabile coraggio dimostrato nella guerra che sta combattendo al nostro fianco. È riuscito ad aggirare le linee nemiche fuggendo dal loro campo base e tentando impavido di combatterli in campo aperto senza cercare alcuna fuga. Ahimé è stato catturato di soppiatto e ricondotto alla base della stazione terrestre delle angurie spaziali. La sua missione continua dall’interno. Le nostre speranze sono rivolte tutte su di lei, sappiamo non ci potrà deludere. Il nostro supporto arriverà a breve. Resista!

Post scriptum: non ingerisca alcuna pillola e resterà sano di mente.

Tenente Xitelax”.

Era tutto chiaro. Le pillole rosa e quelle blu. Le raccomandazioni di mia madre prima di uscire di casa durante le serate di quella primavera che moriva tenendo le mani all’estate fresca di giugno, le occhiaie delle mie notti, le cospirazioni, le angurie giganti, le angurie spaziali, la dottoressa Kinaan col suo stacco di gambe lunghe che si affusolavano su sé stesse, le pillole verdi ed il barlume di senno che tenevo in gola al mattino, al primo risveglio, quando cercavo l’odore di rugiada umida che in questa stanza non entrava. Tutto era chiaro tranne quale fosse la verità. Cosa mi imprigionava, delle angurie giganti provenienti dallo spazio oppure la mia fatiscente pazzia, luminosa come le bagnate luci al neon dei motel a ore?

Passarono i giorni e i mesi, il calendario si asciugava, le notti pure, la mia guerra no, la mia pazzia neppure. Ero un pazzo e combattevo le angurie giganti. Ero nel mezzo di una stanza nel mezzo di una vita e nel bel mezzo di una lotta interspaziale e probabilmente nel bel mezzo di un delirio. Ed io ero sempre Albert Serchowski, quello che non sapeva la lezione sulla Corea e che non faceva più uso di pillole gialle, solo di alcune nere.

Questa è la guerra. Questa è la storia di un uomo che stava nel mezzo di ciò che non aveva deciso e di ciò che cercava di conoscere. Questa è la pazzia.

Questa è la vita.

 

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  • Fantastico.

    Fantastico! ..e lo so che “fantastico” suona più come una catalogazione che come un complimento vero e proprio ma.. Fantastico.
    Io.. io spero che Albert Serchowski non muoia in questo post.. cioè.. spero di poterne leggere ancora un po’.
    (:
    Sei dannatamente brillante Spud.
    Cavolo (:

    Saluti a Xitelax,
    Mad

  • Grazie Mad. La tua presenza qui in questo blog mi trasmette più motivazioni rispetto al resto.
    E per ringraziarti Albert tornerà presto… lo sento.
    In fondo mi ci sono affezionato anche io.

  • ..come non affezionarcisi?!

    Un caleidoscopio di sorrisi!
    Mad

  • Finalmente ho trovato un pò di tempo e sono riuscita a leggere le tue prose, che m’incuriosivano ma volevo leggerle come si deve.
    E mi sono piaciute molto, questa in particolare. Mi vedo costretta ad associarmi alla richiesta che Albert torni.
    Complimenti. A presto.

    • Albert tornerà, devo ancora capire come visto che era nato come un personaggio da-una-storia-sola. Risorgerà ed insieme a lui la sua affascinante pazzia.

      Spud

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Ehm, qualcosa è andato storto.

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