Prosa

Laowai piangente

9 dicembre 2015

Aveva camminato per ore quel laowai. Ore che messe una accanto all’altra si tenevano per mano ed apparivano anni, molti anni. Era normale che prima o poi le gambe si stancassero, e successe in tardo pomeriggio.

Domenica sera in un vicolo scuro di Shanghai, Cina dimenticata da Dio: l’anima era venuta a risolvere la questione, non si poteva più aspettare che il laowai smettesse di camminare per fermarsi a guardare chi ancora lo seguisse.

Il laowai non lo seguiva nessuno più, ormai.

Le ginocchia tremano a quel punto, è tutto un convulso dispiacere che gli mette a nudo le debolezze nascoste fin troppo male. Stanco e debole e vulnerabile, prende al volo la scalinata liscia e scivolosa che porta in quell’inferno che è la metropolitana, la mano destra pallida e gelida la tiene stretta alla gomma che riveste il passamano. È appiccicosa ed è la cosa più vicina ad una tenera carezza che provi da mesi. Abbatte lo sguardo che scivola fra la moltitudine, si fa piccolo, il laowai, e sguscia senza farsi vedere oltre i controlli. Invisibile, si siede. Non così invisibile.

Una lacrima gli spacca a metà il viso, un’altra prende il giro del suo naso e finisce sui pantaloni, dritto in mezzo alla coscia è fa un piccolo poc quando tocca il tessuto. Stupido laowai, che prova a controllarsi e così facendo fa arrossare il suo volto ancora di più.

Stupido laowai, ti si vedono le lacrime.

Questo è quello che deve aver pensato il piccolo, piccolo cinese, un bimbo, un mezzo Charlie, alto nulla e già rompi scatole. Lo fissa, al laowai. Lo fissa e sussurra al papà parole che lo straniero non capirà mai. Ridacchia. Sorride per chissà quale ragione, il bastardo. Poi si alza e traballa, il treno vacilla e veloce sferraglia sotto terra, il bambino ondeggia. Si avvicina, arriva dritto al laowai.

Gli occhi alla stesssa altezza, diversi, il bambino dagli occhi aperti e carichi di qualcosa che il laowai ha dimenticato; il laowai stanco e dallo sguardo arrossato, sepolto nel viso.

Il bambino sorride, non è solo un sorriso, non è solo un sorriso, non è solo un bambino.

Il laowai scoppia in lacrime, non ne trattiene che una goccia d’acqua, 20 milioni di persone lo scrutano, lui affoga in una pozzanghera.

Il bambino sorrise di più, allora. Apre la mano e una caramella da quattro soldi si fece avanti, una caramella donata, una caramella.

«Ni hao» disse quel volto di un cazzo di mezzo Charlie, «ni hao» sorridendo come mai si era visto. Poi si gira e saltella al posto suo lasciando il laowai scolpito di lacrime addolcirsi con una caramella.

Il laowai piangente, tutti a guardarlo, tutti a cantarne il funerale accompagnandolo alla vuota fossa.

Piange ancora, di risate, piange osservando il treno sparire oltre le caverne sotterranee.

Piange, non più solo.

Questa è la storia del il fu laowai che abbandonò sé stesso per ricomprarsi il proprio nome, il vero nome.

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Ehm, qualcosa è andato storto.

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