Prosa

Deep into the mud

24 febbraio 2016

'Deep into the mud' è un racconto di viaggio pubblicato da 'Il tricheco psichedelico' e ambientato in Corea del sud durante il Mud Festival di Boryeong

Cosa vuoi saperne oggi di ciò che un giorno ti accadrà? Questo è solo uno dei milioni di dubbi che spifferi dopo tre o addirittura quattro bottiglie di soju. Soju, esclusivamente Jinro, 7 precisi fottuti sorsi a bottiglia accuratamente ossigenati per lasciarti mantenere uno standard accettabile al mattino seguente. L’ossigeno dentro la bottiglia è l’unico che questa notte posso respirare, l’unico che mi entra in circolo e permette alle mie braccia molli di muoversi e versare altro alcol. Quando ho voglia di fare follie lo mischio con della Cass Beer da quattro soldi. Somaek è il nome del drink, semplicemente intruglio sarebbe il nome giusto.

Sono affossato su una poltrona di pelle marrone rancido, stile vintage ma visibilmente nuova, e con le braccia che mi riparano quasi fossi in letargo continuo a battere il ginocchio contro il tavolino di legno costruito appositamente per arrivare all’altezza della mia rotula destra. Ogni volta me lo strofino sperando faccia meno male, ogni volta lei mi guarda ed arrossendo ride. Dritte sul profilo sinistro del mio volto, quello che esce bene in foto, si spiaccicano le luci fiacche del lungomare e i riflessi delle giostre sulla cresta delle onde. Di tanto in tanto appoggio il dorso della mano sulla vetrata per sentirne il gelo, è così confortante con il suo brivido. Più passano i minuti e più questo di tanto in tanto diviene proporzionale al ritmo con cui chiediamo altro soju ed altre brocche di birra.

Come accade in ‘Dieci piccoli indiani’ ad ogni punto cruciale qualcuno muore o sparisce e ci lascia soli col dubbio se doverlo trovarlo o, indifferentemente, restarcene lì. La si potrebbe raccontare come una barzelletta: siamo due italiani, un inglese, due coreane, poi esce qualche americano, una francese, un’altra francese ancora e forse il messicano. Siamo tutti qui. Tutto il mondo è qui nella stramaledetta Boryeong, ammassato al primo piano di un bar dalle luci soffuse con le stelle cadenti piantate sul soffitto. – Esprimi un desiderio – dice lei con un tono di malizia neanche appena velato, – Credimi, nessuno qui vuole che io lo faccia – rispondo con un pigro sorriso. – Nessuno qui vuol far altro che bere fino allo svenimento, e ci atterremo al piano. –

Lascio che mezza pinta di soju mi sgorghi in gola mentre mi passa per la testa che solo venti minuti prima avevo supplicato un’anziana signora con un baracchino da street-food di diventare mia moglie. Quella dapprima aveva accettato ridendo ed era arrivata anche ad abbracciarmi con fervore, poi qualcosa doveva essere successo. Quello che sempre accade, insomma.

Poi mi sveglia dai torbidi pensieri un rombare denso e fuligginoso. Fuori per strada riesco a vedere un marine nero fare il galletto sopra un quad e, mostrando i muscoli, alletta i pensieri di qualche cagnetta in calore. Dove diavolo sono finito? Boryeong mi sembra avvicinarsi così tanto all’inferno che al solo rifletterci mi prudono i pensieri e, manco a dirlo, bevo. Ogni singolo essere umano con un briciolo di cervello si comporta con me, noi che ce ne stiamo qui a bere per dimenticare di trovarci in questo posto. Noi tutti che senza fatica dimentichiamo il quad, il nero palestrato col porto d’armi per i suoi 27 centimetri, dimentichiamo perfino il nostro nome e quello di chi ci vuole bene, i profumi del mercato del pesce di Seoul e l’aria viziata che esce dal climatizzatore dell’aula 8. Come un fetido brusio tutto ciò che non è soju o birra si trasforma in un opaco ricordo superfluo che ci prosciuga via tutte le energie.

Al solito lei mi distoglie dal lento dimenticare, mi poggia una mano sul petto e gratta con le unghie corte dei rimasugli di fango dalla mia maglietta petrolio. Per tutto il giorno mi sono rotolato nel fango sotto il sole cocente, mi rotolavo come un maiale senza altro chiedere se non essere un semplice animale. Un uomo a volte vuole solo rotolare, mi dico. – Hai del fango qui – e arrossisce ogni volta, – Lo so bene, quel coso non si toglie – le dico senza ragione. – Oggi mi hanno rubato le ciabatte lì al festival – racconto questo particolare – Mi sono ustionato i piedi camminando sull’asfalto per tornare in hotel e brucia ancora da matti. – Quindi si avvicina troppo e mi chiede se voglio un massaggio, dice che rilasserebbe il bruciore e Dio santissimo no, no che non lo voglio. – Tu lo sai cos’è la morte? – e poi rido dicendo cazzate di questo tipo, ma rido anche perché non indietreggia. Ha gli occhi a mandorla incollati all’altezza del mio sguardo, come se fossimo una formula geometrica tenta di trovare la soluzione al problema e non capisce che questa soluzione che sta cercando non esiste.

Mi versa da bere e appoggia ogni piccolo bicchiere sulle mie labbra. Io le parlo di tutta la merda che ho nel cervello e tutte queste parole di male l’attraggono come una calamita. Io voglio solo bere e non so come dirlo, perdo le parole giuste nei bicchierini che, rovesciati, sbatto sul tavolino. Avanti un altro che rovesciato finisce assieme agli altri. Perdo il conto come ho perso le parole giuste, è perdere in sostanza la mia attitudine.

Lei indossa una maglia bianca lunga, stile football americano, ed è bellissima. Dolce come un denso buongiorno, e gentile come i raggi del mattino quando filtrano sotto al piumone scaldandoti il muso intento a sognare enormi castelli di carta. Ha le mani piccole che provano ad accarezzarmi costringendomi ogni volta a scivolare come uno scomodo segreto, precipitando nella poltrona scomoda. Questi sono i miei 3 metri sotto terra, pare strano ma è così. Ha quel sorriso che ti vien voglia di andartene a correre sulla spiaggia a pochi passi e svuotarti mezza pinta di Jaegermeister e sniffarti un flash col cartone di uno spinello. Chiamala come ti pare ma ha quel sapore acido di bellezza e dolcezza che poi piangi come in grembo di tua madre quando non hai fatto i compiti e rientri a casa con la nota sul diario. Il suo sorriso spaesava tutto il lungomare incredulo. Tranne me.

Quando le lancette si salutano sul 3, mentre la notte diventa umida, mi si getta addosso. Conficca le unghie sul bracciolo sinistro della poltrona, – You’ll be deep into my mouth – sussurra e ha lo sguardo molle che mi supplica di farle compagnia. Si mordicchia il labbro inferiore stringendo gli occhi ed incanalando ogni cellula di sessualità in quell’attimo. Ma non deve con me, perché ad un tratto tutta la tristezza che avevo sempre avuto dentro mi sembrava solo una manciata di briciole di pane lasciate indietro per ritrovare la strada verso casa. – I’ll be deep into the mud, ‘cause I’m deep into the fuckin’ mud –, rispondendole lascio che i suoi occhi cerchino la compagnia dei miei e che capisca che sono diverso, diverso da tutto quello che ha mai incontrato. Forse la lascio sognare, forse recriminare, forse solo togliere la mano dal mio petto. Poi forse la lascio capirmi. Io che sono come la macchia sulla maglietta color petrolio, arso dal sole e fradicio dentro, io che sono carne fresca alla mercé di una bottiglia di soju da 7 shots, sempre io che assomiglio così tanto ai lividi di quando il suo ragazzo la picchia. Io che sono semplicemente così: dannatamente sommerso dal fango.

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