Prosa

Bologna Calling – Tre cappelli

24 giugno 2017

"Bologna Calling - I Tre cappelli" è un racconto ambientato nella Bologna Universitaria

Che diavolo ci facessi disteso sul muretto di Piazza San Domenico non lo riuscivo proprio a capire. Provai a rialzarmi, inutilmente. Ero costretto a tenere la testa china cosicché le ciocche lunghe mi ricadevano davanti gli occhi, bagnate e sporche. Bagnate di qualcosa di rossiccio.

– Ma che cazz.. Ptuah!

Tutta la piazza girava su di me, il vertice di questa morbosa danza. Che la cosa inizialmente mi eccitasse non mi recava alcun disturbo, ero quel caso disperato di malati di parafilie che accentrava su di sé l’attenzione fra gli amici e spaventava le ragazzacce-per-bene. Però tutto quel muoversi intorno mi faceva anche vomitare. Eh no, non c’era un bel nulla da eccitarsi, che poi avercelo duro non aveva alcun legame con il reale piacere fisico o mentale. Ed era cosa dimostrata scientificamente, almeno nel 2007. La sapete la storia degli impiccati, no? Che ci possa stare che l’asfissia li ecciti, ma la morte? Cazzo, la morte! Nel momento in cui l’osso del collo gli si spezza, nei loro pantaloni tengono il loro amichetto ancora bello gonfio.
San Domenico giocava con la mia testa girandomi ancora intorno e non capivo il motivo per cui questa storia degli impiccati col durello mi sembrasse così familiare. Dannatamente comune, recente, mi sembrava insomma di averne parlato appena pochi minuti prima.

Da quanto fossi steso laggiù non ne avevo alcuna idea. Ah, scusate le distrazioni. Stavo parlando di quel liquido rossastro sui capelli, vero. Beh cosa volete che fosse se non sangue ma in quel momento non compresi se fuoriuscisse dal labbro spaccato o dal naso che doleva ad ogni respiro che gettavo fuori. L’unica cosa certa era che stando steso, riverso faccia a terra, tutto quel sangue era finito sui capelli. Fashion molto poco, punk tantissimo. Un sottile rivolo di sangue continuava a scorrermi sopra le labbra carnose e gocciolare sui sampietrini della piazza. Avevo il muso di uno a cui avevano spaccato la faccia. Sulle guance morbide lo sporco della strada e la cenere di una sigaretta maleodorante, fra gli occhi il riflesso di una luna bastarda, nata male fra una nottata che non doveva essere stata semplice. Mi spostai i capelli di lato e mi voltai verso la statua di San Domenico. A lui non importò poi molto. Vegliava su Bologna in fondo, non su di me. Al di sopra del mio volto vegliavano soltanto le preghiere di mia nonna e i poster di Mullholland Drive che dai muri mi crollavano sul letto, così li usavo come coperte.

Mi rialzai a fatica e vomitai bolle di sapone e sangue che volavano verso l’alto come della bottiglie di vetro contenti messaggi di un disperato naufrago disperso al centro dell’Emilia. Il tessuto del jeans si era strappato all’altezza del ginocchio sinistro e sembrava sporco da anni. Lurido punk, pur sempre punk. Salutai il Santo chinandomi a prendere il vecchio cellulare per infilarlo nella tasca da cui sembrava scappato. Lo salutai come si saluta un caro vecchio amico. Il dito medio ben in vista e lo sguardo che brillava oltre i ciuffi di capelli umidi e che odorava di sangue, birra e fuoco di giovinezza.

Bologna invece odorava di amore e di libertà, tanto che sembrava quasi cantare felice la propria natura in rime baciate fra il lungo porticato di San Luca e le battaglie di vetri rotti fra i magrebini di Piazza Verdi. Puntellava tutta la sua autorità su di me che la attraversavo fra le vetrine illuminate di via Farini, scomparendo oltre i riflessi dei seni al silicone delle signore ricche svampite in pellicce bianche e rossetti fiammanti. Poggiavo con attenzione i passi dove meno c’era luce, sotto le volte del centro, sotto la volta del cielo, sotto un malumore e il mal di testa che martellava. Ancora non sapevo cosa fosse successo quella notte. E perché mi trovavo solo? Dov’erano gli altri? Non c’era molto poi da rimuginarci su, che fossi uscito a bagordi con loro non ne avevo il minimo dubbio.

Eravamo sempre noi tre. Mi riferisco a Donato detto DDR e Sebastiano chiamato dai più Bronco. DDR lo riconoscevi immediatamente, e non perché dicesse cazzate ma per l’appariscente spilletta luccicosa della Germania dell’Est che lo precedeva. E poi per le cazzate, sia chiaro. Una volta riuscì a rimorchiarsi una convincendola di essere il pronipote di una sorta di aviatore che a inizio ‘900 aveva compiuto qualche stramba manovra che ora porta il suo nome: la variabile Pavellati. Io la cercai su internet, non ne seppi mai nulla. Bronco invece, beh Bronco, lui tossiva e fumava. Fumava così tanto tabacco che si diceva che al buio, ad ogni inalazione di fumo, i suoi polmoni diventassero terribilmente fluorescenti e illuminassero il circondario. In realtà la voce la sparsi proprio io, ma soltanto perché ne ero davvero convinto e perché lo vidi con i miei occhi: Bronco, l’abat-jour che viveva ad un letto dal mio. Ci conoscevano in molti e chi ancora non si era imbattuto in noi avrebbe presto calpestato le nostre ombre e memorizzato per sempre le nostre sagome. Eravamo i tre con i cappelli. Ad ogni passo si stagliavano le nostro ombre lunghe sui muri arancioni della città, con la punta dei copricapi che si infrangeva dentro gli appartamenti a piano rialzato gettandosi fra le cornici di foto di famiglia di cui avremmo fatto parte per sempre. Io e Bronco con le nostre bombette pulite e fedeli alla più stretta tradizione brit, e DDR col suo cappello marinaresco su cui spiccava la spilla dell’unica Germania di cui si potesse parlare con lui. Quel suo brillantinare ad ogni saltello scomposto lo faceva assomigliare ad un faro ingombrante abbandonato su qualche faraglione della costa atlantica della Bretagna. Glielo chiedemmo svariate volte dove avesse recuperato quel buffo cappello, ma dalle sue mezze risposte intuimmo sembrasse una cosa davvero seria. Del resto eravamo tipi silenziosi su certe questioni, avevamo rispetto di ciò che ognuno custodiva al segreto dal mondo.

E ora, la mia bombetta nera, dove diavolo era finita? Ero spaesato, solo al mondo, con le mani nelle tasche strette dei miei jeans scuri mentre a passi veloci cercavo la fermata dell’autobus. Senza cappello i ciuffi lunghi mi coprivano gli occhi e ricadevano sulle spalle aggrovigliandosi fra i grumi di sangue e la sporcizia dell’asfalto. La luce abbattuta dei lampioni mi cedeva il passo, solo una leggera brezza, solo l’umidità che saliva dalle fogne e mi sussurrava spaiate parole d’amore.

Mi sedetti sul marciapiede all’altezza di Via Lame lasciando cadere la schiena sulla colonna alle mie spalle. Nel vuoto, lo sguardo picchiato e umiliato e senza capello per giunta. Ogni tanto transitava qualche auto i cui fari mi accecavano quando questa prendeva la buca in mezzo alla strada. I riflessi del mio volto sulle portiere dei camioncini che sfrecciavano veloci, i miei occhi oltre i ciuffi imprigionati fra i nomi del citofono accanto alla mia spalla, il sangue che continuava a colarmi dal mento e aveva creato una piccola pozza fra le mie gambe aperte. Ci guardai dentro.

– Non hai il cappello, hombre. Dovresti tagliarti i capelli, sai? Che non ti vedo mica bene.

Salii sul 62, notturno che come Caronte trasportava le anime in pena della zona sud-ovest di Bologna. Mi gettai sullo scalino. Si chiusero le porte. Rimanemmo io, il volto dietro i capelli castani, le luci intermittenti dei lampioni e delle insegne dei TAXI, il cigolio degli ammortizzatori del bus e un frastuono di ubriachi e battone che spergiuravano e si maledicevano fra loro. Grida isteriche da eroina e ventate di hashish che qualche ragazzina teneva fra le tette per il proprio ragazzo sballato e moribondo. Quel frastuono e l’anarchia fra penombra e giorno. Allora iniziai a ricordare.


Era un bel posto di merda. La zona si intende. A due passi da via Sebastiano Serlio fra le puttane zoppe e il dopolavoro ferroviario, un pascolo di pusher sfregiati e minacciosi e ragazzine che regalavano sogni in cambio di promesse vane. I portici ad uso pisciatoio ci seguivano lenti, io, Sebastiano e Donato veloci fra le biciclette morte ai lati del marciapiede. Cappelli in alto, quasi incastrati fra le stelle, Quasi, come noi pieni di sogni che non ci entrano più nello stomaco per il troppo alcol già ingerito. Mi sento già marcio dentro, i passi goffi, le occhiaie verdi, vuoto come una bottiglia da 0.66 scolata alla goccia e caduta fra i rottami del consumismo, protagonista di un parto cesareo mentre esco da una vagina umida e stanca che mi supplica di morire. La notte sibila sempre. Come Bronco. Fischietta e gira il tabacco, malconcio anche lui. DDR blatera, dice, esprime, biascica. Avete mai letto un fumetto? Bene, all’incirca così. Dai denti gialli gli escono nuvolette che sembrano dire GULP e SMASH e poi ancora ARGHHHH mentre da sopra la testa, come fuochi artificiali, saette giallognole zampillano qua e là.

– Cioè cazzo, prendi un dead man walking. Bastardo e lercio quanto basta. Facciamo uno che ha già stuprato una trentina di bambine, no fai cinquanta. Cinquanta bambine sventrate. Cazzo. Lo si ammazza come un cane perché così s’ha da fare e quello ti fotte ancora e ti fotte nel culo come con le bambine. Cazzo! Ti fotte e se la gode anche, quel bastardo. Già si eccita prima all’idea di ficcarti tutta la tua vendetta del cazzo su per il culo della giurisprudenza, poi gli fai sentire l’odore del cappio e dai suoi occhi neri inizia ad ansimare come un toro, e quando, Dio santo e cazzo, quando si apre la botola a quel lercio e bastardo e figlio di Dio minore gli viene duro come mai in vita sua. Quello si scopa anche i suoi ultimi respiri affannosi e viene.

– Beh dai, sempre di rigor mortis alla fine si tratta. E poi muore, che te ne importa? – chiedo io.

Bronco getta via qualche boccata di fumo e non mi degna di risposta, DDR accenna un sì con una smorfia.

Entriamo in locale scuro e affollato, qualche luce soffusa divora gli angoli in cui si appartano ragazzi che premono sui fianchi di studentesse che ridono e fanno faville coi loro denti bianchi. Dove getto il chiodo.


– Cazzo-cazzo-cazzo. Il chiodo! – e lo dovetti dire a voce alta perché l’intero 62 mi sputò addosso il proprio malconcio disprezzo. Riappoggiai la testa fra i palmi, a morire di dolcezza almeno un po’.


Dicevo, lascio il chiodo su un divanetto che profuma di notte, di preservativi usati e vomito di sogni. Senza essermi ancora seduto, un paio di bicchierini di tequila scivolano dritti fra la gola, giù per l’esofago e caricati infine nella vescica.

– Non c’è due senza trequila – ghignano DDR e la Germania dell’Est scandendo le lettere di q-u-i-l-a come un epitaffio volgare e frettoloso, manco fossimo una sveltina fra le serrande chiuse dei magazzini centrali.

Puttanate! – sbatte il pugno Bronco sul tavolo con gli occhi rigidi nel vuoto. Poi si gira e si incastra nelle finestrelle azzurre della mora accanto, spaventata, quasi terrorizzata da non riuscire a smettere di parlargli mentre Bronco ridacchia e le sorride e poi inchioda a lei i suoi pensieri. La mano sinistra disegna traiettorie di sistemi di pensiero marxista mentre la destra le appoggia la bombetta sui capelli morbidi. E lei ride, rossa in volto. Con gli occhi che si infrangono contro le ciglia e il caldo e imbarazzante approccio che la desta dai più tremendi sogni custoditi fra i calzini sporchi e le mutande usurate.
È il romanticismo violento del cappello, un po’ complicato da spiegare, ma capirete, eccome.
DDR lo scruta ridacchiando. Infallibile.

– È il cappello!

Ma chi lo ascolta? Forse le ciocche brune che mi cascano sul collo quando mi sono già voltato e corro mentalmente fra le montagne russe delle forme della bionda che ci serve al tavolo. Non fraintendetemi, non sono uno di quelli che banalmente si dividerebbe fra il partito delle tette o quello del culo. No. Per la mia mente custodita dalla bombetta brit le forme sono altre. E vorrei scivolarci sopra. Le chiedo una birra e le spremo i miei occhi neri scopando i suoi, batte le palpebre e ogni volta che lo fa si forma una quasi impercettibile fossetta sotto, in quell’archetto fra le guance il suo nasino all’insù. Lo noto. E mi piace, da morire se mi piace. Finisce sul mio taccuino della serata, questa è una forma. Indossa una canotta verde militare con scritto ‘Rock the casbah’ che lascia scoperte le spalle. Alla base del collo, quasi arrivati allo sterno ha le ossa che simulano una piccola nota musicale, la pelle candida e invitante. Altra forma. Indossa un eye-liner pesante soltanto sotto gli occhi tranciati dalla frangia umida e pesante. Forma numero tre.
Ordino più del dovuto, anche solo per tenerla più tempo con me, per raccontarle la mia vita in un solo minuto tenendole per mano gli occhi e sussurrandole quelle briciole di pensieri che sono come solitari S.O.S. lanciati a mare come razzi. I bordiccioli della labbra si incastrano ai lati. Sorride, meravigliosamente. Quattro, forma del cazzo numero quattro. E poi sì, ovvio, le tette sulle quali le rovescio tre shot di tequila facendo scorrere l’alcol sui suoi brividi. Scorre come cascata l’agave, si scurisce sfiorando l’areola e zampilla giù dal capezzolo duro prima che la mia bocca raccolta tutto. La tequila ed il suo seno, la sua anima, il suo corpo, la sua forma ed essenza tutta. È proprio tutto così, ma nella mia mente. Accade solo nei miei pensieri e forse nei suoi mentre ridacchiando mi ruba la bombetta che lascia ricadere sui suoi capelli. Stride quel suo sguardo, poi lo scuce e me lo lancia. Sorridendo blasfema e lusinghiera. È dannatamente veloce quando gira su sé stessa e col tacco si ferma prima di lasciarmi divorare solo l’ombra. Ah sì, e quel culo. Forma ancora, forma numero mille mila.


– La bombetta, Cristo! – sospiro quando un vagabondo mi da uno scossone intimandomi di avere rispetto per Dio.

– Ma almeno quelle tette lo meritavano il tuo cappello, eh? – poi mi fa, e ride mostrandomi la sua bocca spoglia e marcia – Parli a voce alta e parli anche da solo. Certo che sei proprio un pazzo, povero diavolo! –

– La mia bombetta, C-r-i-s-t-o.


Poi non so cosa successe. Cosa accadde di talmente incredibile da scombussolare tutto. Andava tutto bene. Secondo i piani. Bronco ogni tanto picchiava il pugno sul tavolo mentre trafiggeva la timida ragazza sempre più terrorizzata e attratta. Fra le lingue, oh sì, fra le lingue scoppiettavano i fulmini. DDR urlava, al solito. S’era preso un po’ a male con questi quattro. Ingegneria, sempre lassù a Porta Saragozza, gente noiosa a cui riusciva bene soltanto calcolare e calcolare e calcolare ancora tenendo bene a cura di calcolare anche i possibili errori che sarebbero potuti incorrere calcolando. Avevano la vita smorta nei taschini delle loro camicie attillate, quelli. Quanto a me cercavo di ignorare il diverbio e mi impegnavo a buttare giù nello stomaco ogni cosa che la bionda mi portasse. Eravamo nel bel mezzo della sensuale danza della seduzione, sibilando sguardi e frantumando l’aria che ci divideva. Ordinando tequila, io, ed inventandomi aneddoti rumorosi da farle scoprire i denti dal ridere coi seni che sobbalzavano al suo singhiozzare; lei regalandomi sguardi succinti fra la lingua che scorreva sulle labbra e parole fradicie del suo umore vaginale sussurrate di fretta al mio orecchio. Brividi.

Brividi. E non per quello che mi disse la ragazza ma per DDR. S’era proprio messo a muso duro contro questi urlandogli in faccia. I problemi, a quanto dedotto, dovevano essere due: i cappelli che indossavamo e quella strana faccenda, strana ma pur vera, dell’erezione mentre si moriva asfissiati. Non aveva alcun senso, e lo so bene, ma fu proprio così che andarono i fatti e che iniziarono le cose.
Non feci a tempo a girarmi che presi un pugno in faccia. Qualcuno direbbe avermi sentito urlargli – Testa di cazzo figlio di madre noiosa – ma voi non credetegli. Non andò proprio così. Ci presi solo un pugno. DDR rimase incredulo mentre la Pall Mall gli rimase attaccata al labbro, penzolante qua e là sopra il suo mento. Avvolsi il naso nel palmo della mano, notai che perdevo parecchio sangue mentre fissavo quella stessa mano. Fu per quel motivo che non mi accorsi che Bronco era partito. Una testata dritta al primo, poi mise la mano al collo all’altro. Adoravo le testate, mi eccitavano da matti. Parafilie, ricordate? Per un secondo, con tutto il sangue che mi colava giù dal naso, mi parse di fuoriuscire dal mio corpo e osservarmi. Sembravo uscire dalla cover di un compact-disc di Andrew W.K. e dovevo proprio apparire incazzato. Segno toro, il cazzo duro, un principio d’asfissia, troppa tequila in corpo, i capezzoli della bionda che mi strusciano le guance del mio volto coperto di sangue, troppa tequila, toro, maledetto segno toro. Toro. Toro. TORO. T-O-R-O. E partii anche io. Lo presi dall’alto, puntai il suo naso e feci leva effetto fionda sulla mia colonna vertebrale.

– Pezzo di merda.

Immaginate la scena su vista laterale. Una radiografia. La mia testa all’indietro che disegna un semicerchio perfetto. Da questa forma si sparge una pioggerella leggera di sangue come i raggi di una bicicletta fra i ciuffi lunghi che ritagliano l’aria attorno al volto. Ovunque la gente si spostava lasciando cadere sedie e urlando come dissennati. Da sopra il tavolo DDR teneva il pugno chiuso alzato urlando.

– Fanculo i VoPos! Fanculo ingegneria! – e già biascica mentre sbatte gli scarponi sul tavolo che traballa – Auferstanden aus Ruinen Und… und… e poi? Ah, merda… und der Zukunft zugewandt!

Nessuno capisce. Ma cosa c’è poi da capire, in fondo? A nessuno è concesso di insultare i nostri cappelli. Siamo punk, punk veri, dentro. Ce ne fottiamo del tramonto che scade fra i portici di Via Zamboni se non ci sfonda il petto coi suoi colori, non ci accontentiamo noi! Viviamo la nostra vita a sorsate di tequila, senza sosta, senza ritmo, senza senso, in ricerca perenne. Chi siete voi per insinuarci la paura? Per derubarci dei nostri sogni? Merda, sognare è punk! Volare fra la mia testa e quella di DDR mentre sputa stralci dell’inno della Germania dell’Est è punk. Bronco che ha il ghiaccio negli occhi e il fuoco dentro è punk. Le bombette, quel cappello da marinaio, perfino la spilla sono punk. Il sangue che disegna sulla maglietta il contorno malfermo di un cuore per l’amore della cameriera, le sue sei forme, la bombetta sopra suoi capelli nudi, la mia lingua fra le costole e i suoi seni turgidi. Scoparti è punk. Bologna è punk, questa mia Bologna è punk. Vera, falsa, sporca, sperduta, amara. Punk.

Ed io che vorrei solo continuare a stilare un elenco di tutto ciò che è punk. Ma la troppa tequila mi annebbia la bocca e annaspa i pensieri.
Punk. Punk. Punk è anche la sirena. Quale sirena? E questa sirena? Si muove tutto, si muove troppo. Ma è solo Bronco che mi tira per la maglia e mi trascina fuori sgualcendo i miei occhi ed il dipinto che pennellavano assieme a quelli della bionda cameriera.
In certi casi puoi fare ben poco. La sirena mi sta già entrando nel cervello, nelle vene, nel cazzo, nei ricordi, intorno ai suoi capezzoli turgidi al vento primaverile della città. Non c’è tempo, non c’è mai tempo. In certi casi puoi fare ben poco se non fantasticare. E correre, corri cazzo!

Le sneakers cigolano sotto i portici. Noi tre veloci come schegge impazzite per Via Indipendeza e il cuore dritto in gola.

White riot – I want to riot
White riot – a riot of my own
White riot – I want to riot
White riot – a riot of my own

Risate, affanni, i passi stretti e rapidi, tonfi sempre più marcati, le braccia che compiono archi sotto i porticati, le stelle sopra la nostra corsa, la mia testa che si volta e si illumina di lampi, di lampeggianti, di idee distorte sull’etica pubblica, di occhi ghiacciati sulla mia erezione mentre sono in affanno e quasi non respiro.

– Che si fotta la Volkspolizei! – se la perde a ammiccare DDR con i rimasugli di fiato in corpo.

Mi volto ancora, ancora una volta e un’altra ancora. Correre è un concetto piuttosto semplice se volete. Guarda avanti, un passo dietro l’altro, tutto a velocità x10. Semplice, senza sbavature. Guarda avanti. Semplice. Perché se non lo fai non potrai mai vedere la cabina Telecom fissata al pilone. Guarda avanti. Semplice. Guarda avanti e non saresti finito a terra, con la testa spaccata in due, col sangue attorno, con i lampeggianti, le sirene, i VoPos ovunque.

Everybody’s doing
Just what they’re told to
Nobody wants
To go to jail!

A carponi, senza chiodo, spoglio di cappello. Il cazzo duro e il sangue che scivola sulle guance. Riflessi fra i miei occhi neri, i lampeggianti chiassosi, il cielo della Bela Bulaggna. Correre è un concetto piuttosto semplice se volete. Guarda avanti, un passo dietro l’altro, tutto a velocità x10. Semplice, senza sbavature. Guarda avanti. Semplice. Non posso sbagliare questa volta. Scavalco la mia ombra. Semino la sirena, lontani i lampeggianti. Guarda avanti, è semplice se vuoi. Corri, è semplice. Sì ma corri, cazzo!

Are you taking over
Or are you taking orders?
Are you going backwards
Or are you going forwards?

Per ore, forse solo minuti. Di certo quasi un istante, quello almeno. Io corro e non posso e non riesco e non voglio pensare a niente. Per la prima volta in vita mia, in questa vita punk, la mia. E se mi accorgessi di colpo, poi, del buio. Calmo, in tacito silenzio. Rispettoso. Punk, il buio anche. Se così davvero fosse, che mi trovassi in questo buio potrebbe darsi che l’unico lampeggiante che vorrei abbracciare questa sera sarebbe la luna intermittente oltre le nuvole quando entro in piazza S.Domenico. I sampietrini. Inciampo.

Cadere è semplice, se volete. Sento di avere il cazzo duro. Manca l’aria, non respiro. Non respirò più. Guarda avanti, lasciati cadere. È l’asfissia del dead man walking. Il cazzo duro. San Domenico non guardarmi. Il sangue sulle mani. Lasciati cadere. I suoi capezzoli e la mia bombetta appoggiata sopra. Respirare non è semplice. Il buio intorno. Il cazzo durissimo. Il buio dentro. Fuori, da qualche parte, il chiodo. Bologna, il punk, è semplice se volete.

Cadi, così semplice. Asfissia e il buio. Sorridi. Sorridi, è semplice.

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