Prosa

Bologna calling – Questione di accenti

25 maggio 2017

AVVERTENZA!
Qui giacciono alcuni dei miei più cari ricordi (in parte vissuti personalmente o da spettatore e solo parzialmente inventati) dei miei primi anni bolognesi, fra Università, libertà e l’amore incondizionato per la musica. Sì, perché la protagonista assoluta del racconto è la musica ed in questo caso specifico è la traccia ‘I wanna live’ contenuta nell’album ‘Halfway to Sanity’ dei Ramones.

Gennaio si era dappoco inoltrato. Le giornate non duravano più di una manciata di ore quando sulle torri di Bologna calava il gelo. Quel particolare tipo di freddo che attraversava le difese inermi dei maglioni sgualciti dei fuorisede addentando le costole, così infreddolite che ad ogni starnuto avrebbero raggelato qualche punkabbestia afflosciato nei dintorni di Piazza Verdi.

Da come scorrevano controvoglia le nuvole grigie fra gli squarci dei palazzi sembrava così palese che ci fosse qualcosa di malsano nell’aria. Quel qualcosa si rifletteva sui pensieri del giovane Gabriele, promettente studente in facsimile che ballonzolava quotidianamente fra i bagni di Scienze Politiche in Strada Maggiore e il bancone di Maurizio in via Guerrazzi, salvo finire in via Del Guasto a pisciare il resto della serata. Inutile dirlo, aveva preso una stanza in subaffitto da Gaetano da Galatina, pugliese con la cattiva abitudine di elogiare il suo Salento come fosse una New York dalla scena musicale meno snob.

– Cazzo ci sei venuto a fare qui? – mai si rassegnava, testardo, Gabriele.

– È che mi manca lu mare ca tenimu – ribatteva sempre Gaetano traballante dopo tre cylum di ganja calabrese. Era un tipo innocuo d’altronde, inutile ma poco dannoso se non fosse stato per i piatti lasciati a germogliare nel lavello.

– Tanto li lavo quando rientriamo. Stai tranquillo. –

Gabriele non reagiva. Troppo impegnato ad esaminarsi gli occhi densi allo specchio mentre spremeva il tubetto di dentifricio marca COOP. Aveva preso l’abitudine di segnare su un’agendina segreta la tonalità che le sue occhiaie assumevano ogni giorno:

Cobalto. Sì, oggi paiono proprio così, sarà per via della peperonata della signora Caselli.

La signora Caselli, ahh la signora Caselli si sentiva spesso sospirare fra i ragazzi. Vicina di casa, divorziata, passa le giornate fra gli hobby annoiati della mezza età dei primi duemila: cucinare in barba alla crisi economica e applicare un trucco pesante e vistoso sull’intero viso per rimorchiare universitari giovani e prestanti. Si dice (senza dubbio alcuno che la cosa si allontani dalla verità) che se la fossero passata un po’ tutti, o ancora che fosse stata lei a ripassarseli. Non che facesse differenza.

Ancora intento a lavarsi i denti, Gabriele riusciva a sentire con la punta delle dita tutte le imperfezioni del suo viso, immaginava i solchi lasciati dall’acne che mai aveva avuto.

– Forse sono i bomboloni che mangio ogni notte dopo aver fumato – si ripeteva lasciando le dita scorrere su e giù per la fossetta incastrata fra il naso e le guance scarne. Mangiava solo quelle del resto. Dopo essersi sgrullato tirò lo sciacquone e indossò una maglietta nera a scritte bianche.

RAMONES – JOHNNY, JOEY, DEEDEE, TOMMY. I nomi curvi formavano un bel cerchio che si lasciava intuire sotto la giacca in pelle che prontamente Gabriele aveva rispolverato dal cesto dei panni sporchi.

I due uscirono con la nebbiolina che s’infrangeva sulla barbetta spoglia del mento di Gabriele mentre Gaetano si lamentava, come al solito, del freddo che tirava su al nord.

– A Trepuzzi 16 gradi oggi. –

Sbuffando infastidito Gabriele non si tratteneva – Che posto è Trepuzzi? Taci coglione! Altro che Salento libero, vorrei liberarmi di te e di tutti i salentini –

– Si vabbè, manco l’avessi vista Porta Rudiae a Lecce, ci t’è stramuerto

Continuavano a battibeccare fra i portici che ponevano riparo alle loro sconclusionate diatribe quei due idealtipi di studenti fuori sede mentre imboccavano via Mascarella all’altezza del centro copie gestito dai pachistani impregnati di curry, da dove risalivano per via delle Moline ciondolando una birra scadente ognuno.

– Soldi rubati ai genitori! – gridava la signora Franca dal terrazzo di via Petroni quando questi ci passavano sotto e, scuotendo la tovaglie piena di briciole di pane raffermo e rimasugli di salame in offerta, mostrava tutto il suo disgusto perbenista.

Noncurante, Gaetano, strepitante d’ira di fronte ad un murales raffigurante ‘Bari regna, Lecce merda’ se la prende a chiedere senza sosta dove sia questa festa.

– Mica ci stanno i baresi? Che li picchio sai! –

– Te l’ho già detto, è dalle parti di Porta Lame e sta buono lì, cazzo fai. Fumi troppo per fare a botte. –

Gabriele voleva chiudere con i Salentini, ne aveva fin sopra le palle. Non parlavano che in dialetto, non ascoltavano che musica di merda, non blateravano che cose sul Salento. Erano la noia di tutto il paese, ecco cosa pensava Gabriele. E camminando per via Petronio Vecchio prendeva a calci una lattina ammaccata di coca-cola mentre non riusciva a ricordare un singolo personaggio storicamente importante che fosse nato nel Salento e qualora se lo fosse ricordato, avrebbe solo voluto dimenticare.

I’ve been thinking it over

And I know just what to do

I’ve been thinking it over

And I know I just can’t trust myself

Riecheggiavano questi versi da una finestra di un appartamento soppalcato al pianterreno. Due lesbiche sdraiate sul letto si baciavano lasciando i tatuaggi di entrambe diventare un tutt’uno, le carpe koi sulla gamba di una tuffarsi sullo stagno nella pagoda dell’altra. I liquidi di quelle due vagine torbide espandevano i propri umori ben oltre la coltre d’eccitazione di Gaetano all prese con un durello e Gabriele, visibilmente pensieroso alla vista di una scena di sesso gratuito.

– Dai affrettiamo il passo, o finiranno tutto l’alcol –

Scuotendo il capo a mo’ di no diceva a sé stesso l’altro – Custu ricchione.

Pur volendo era inutile, la luna filtrava fra le balconate e spandeva sui portici ardesie di mosaici luminosi fra merde pestate di cane e il piscio di un vagabondo moldavo col cappello di lana. Sotto il porticato una madonna dominava mansueta il fetido e disagiato degrado urbano dei cassonetti ribaltati e dei troioni attempati della Bologna bene mentre i loro tacchi profanavano l’eco saturo di quiete della città. Fra i fischi della luna Gabriele suonò il citofono.

Aprì Helena, con l’accento sulla seconda e. Troppo bella per nascondere e sotterrare l’espressione attonita di Gabriele mentre Gaetano già le aveva avvinghiato un braccio al collo entrando in casa.

All’interno un paesaggio classico e banale, una festa Erasmus di gente piena di sé e vuota di ogni malizia, l’alcol più o meno ovunque ma concentrato particolarmente su di un tavolo grande della cucina abitabile. Il divano occupato, nell’ordine, da uno studente ‘palla da biliardo’ del DAMS, un egocentrico fighetto di economia col maglioncino a collo alto e il cazzetto in tiro, una studentessa che non capisce un’acca di quello che il fighetto dice ma che attorciglia le ciocche dei capelli con le dita affusolate mordicchiandosi le labbra coi sorrisetti stretti e, per ultimo, un tizio coi rasta totalmente assente, la cui faccia riversa nel bracciolo del divano IKEA non ha alcuna identità e fissa le proprie gambe piegate una sull’altra in un vortice senza vita.

Era davvero questo l’arredamento tipico della generazione Bolognese di quegli anni? Senza risposta Gabriele si fiondò sul whiskey e cola. Il discount la faceva da padrone dalle parti dell’angolo bar e decise di riempire un bicchiere ben colmo sino all’orlo. Appoggiato alla finestra, Gaetano continuava a tormentare Helena chiamandola Helena con l’accento sulla prima e, così che lei lo correggesse ridendo e lui potesse avvicinarsi e spostarle i capelli dagli occhi verdi. La tattica del bombardamento, era in questo modo che Gaetano la chiamava.

– Funziona anche troppo – pensava Gabriele che guardava la scena geloso ed incazzato. Segretamente innamorato di Helena, lui l’avrebbe chiamata mettendo l’accento sulla seconda e. Con ripugno spostava lo sguardo gettandosi in gola mezzo bicchiere ardente e, sospirando, sputava le fiamme dell’inferno alcolico che aveva appena ingurgitato.

Una festa Erasmus è un conto, una festa Erasmus di studentesse finlandesi è un altro, una festa Erasmus di studentesse finlandesi fra le più brutte mai concepite e in cui l’unica di cui sei innamorato casca ai ripugnanti complimenti del tuo compagno di stanza salentin-nazionalista è troppo. È un dazio che Gabriele non poteva pagare.

I’m a Gypsy prince

Covered with diamonds and jewels

But then my lover exposes me

I know I’m just a damn fool

Fra un bicchiere e l’altro Gabriele tentava disperatamente di farsi venire in mente qualche celebrità del lontano paese, della Finlandia. Per quanto si sforzasse neanche un nome gli passò per la testa. Ai suoi occhi la Finlandia senza doni all’umanità era come il Salento del nord. Due lande di terra senza alito.

Chissà poi per quale motivo proprio in quell’istante quel nome gli si impresse nei ricordi.

– Dannazione! Aki Kaurismäki! Come ho potuto non pensarci?

Il legame fra il grande cineasta nordico e la contingenza che Gabriele avesse in mano una tetta di Ritva, è tutt’ora da comprendere. Fra un cocktail da discount e due patatine ci vuole poco a misurarsi in tali opere.

– Eh si, Ritva. Questa tetta entra perfettamente nel bicchiere di plastica. Non sarà una coppa di champagne ma deve pur essere indicativo! –

Lei rideva stupidamente così come solo le donne prese in contropiede sanno fare. Il contropiede, poi come sempre, fa inciampare Gabriele.

– Dannazione! Aki Kaurismäki! Come ho potuto non pensarci? –

L’espressione di Ritva fra il disgusto e il “cos’hai detto” riuscì a squarciare violentemente tutta l’aria dell’atmosfera. La bocca le si contorce proprio lì sull’angolo destro e si accartoccia a lato del suo viso che come un ritratto picassiano ti trasmette tutto il disprezzo scomposto.

Gabriele neppure si accorge che la buona Ritva abbia tolto la propria tetta dalla sua mano, che ancora sta lì fra sé e sé a pensare ai grandangoli del Kaurismäki. Poi lo attraversa un siluro che Gaetano spara dall’altro lato della stanza, sempre marcando a zona la bella Helena con l’accento sulla seconda e.

Cuddu ricchione eti

Ma ride, eccome se se la ride il buon Gabriele mentre assale la cattedrale etilica del tavolo degli alcolici. In ordine preciso versa 2/3 di Cointreau, 1/4 di Martini rosso, uno spruzzo di Lidl-cola, 3 dita di scotch, mezza gazzosa, tutti i suoi sogni del Gabriele adolescente, sei secondi di vodka e mezzo paradiso in santi e ricordi.

Sulle pareti si infrangono come manate semplici riff, un semplice bluff non basterebbe a spiegare cosa quello stereo sputasse fuori.

I give what I’ve got to give

I give what I need to live

I give what I’ve got to give

It’s important if I wanna live

I wanna live

I want to live my life

I wanna live

I want to live my life

Cosa farebbe Aki in una festa piena di proprie connazionali ignoranti, superficiali e dannatamente bionde come i campi di grano del sud di Gaetano? Probabilmente nulla. Helena con l’accento sulla seconda e non degnava Gabriele di un singolo sguardo, Gaetano sparlava a salve, un fiume di alcol scorreva fra le bocche che ridevano quando l’aria mancava e neppure una finestrella di quell’appartamento rialzato lasciava entrare uno spiffero. Immobili come Bologna tutta, sperduti nel mezzo di una festa Erasmus nei dintorni di zona Lame. Immobili come le note musicali nella bolgia del CBGB quando Johnny, Joey, Dee Dee e Tommy si agitavano dentro i loro chiodi. Facevo un caldo insopportabile dentro la pelle e il cocktail versato non trovava senso di esistere.

– Hey ‘Salento libero’ io esco a farmi una paglia. –

Nada risposta.

Appoggiato su una Panda bianca di quelle vecchio stile, Gabriele se ne sta a girare un joint piuttosto ben riuscito. Pensa a Kaurismäki e ai Leningrad Cowboys, pensa al 2008 appena iniziato, riflette sulla Finlandia e a quanto poco conti nel mondo, chi ci vive in Finlandia poi se il 90% della popolazione è qui dentro a morire di bla bla bla, pensa ai 2/3 di Cointreau che erano forse esagerati e all’accento sulle e che tipi come Gaetano sbaglieranno tutta la vita, e alle tipe come Helena che vogliono quelli come Gaetano che sbaglino l’accento sulla e del proprio nome. Helena con l’accento sulla seconda e. Lui, l’avrebbe pronunciato come si deve. Un po’ come avrebbe fatto Aki anche in preda agli spasmi per i 2/3 di Cointreau e quella gazzosa che non ci azzeccava proprio nulla.

Frrrrrr. Un flash è quando praticamente sniffi il cartone del filtro di una canna come quella che Gabriele si era fumato. Bruci tante di quelle cellule cerebrali che riesci a percepire la felicità. Gli occhi di Gabriele si infiammavano ogni volta che l’aria bollente gli penetrava i capillari del naso. Frrrrrrrr faceva la cartilagine del naso. Aveva già dimenticato l’intera filmografia di Kaurismäki mentre il buio della notte bolognese illuminò il volto di Helena riflesso nel filtro che come un braciere lentamente prendeva fuoco. L’anima pure. Ansimava.

Poi, come una stella morente, esplose.

– Avrei messo l’accento sulla e corretta, Helena. E ti avrei disegnato i capelli sul viso ogni volta che il vento ti avesse scompigliato. Avrei sospirato a tutti i tuoi ohhh e ti avrei parlato per ore di Kaurismäki e di quei riff che assomigliano ai battiti del mio cuore in questo momento. Goditi i 16 gradi di Trepuzzi e tutto il Salento libero. Ah, sul serio ma Vanhanen è uno stronzo senza paragoni. –

Gabriele traballante si allontanò totalmente fuori di sé.

– Bari regna! – urlava contro le macchine parcheggiate in fila.

As I load my pistol

Of fine German steel

I never thought I’d be so down and out

Having my last meal

But I know I can do it

It just took a few years

As I execute my killer

The morning is near

Lei, Helena, non capì quasi una parola, il suo italiano era scarso e di quel buffo tipo non aveva colto la vena satirica tipica dei paesi mediterranei. E poi c’era quel fatto che la chiamava in modo strano, con l’accento sulla seconda e come mai nessuno in Italia faceva. Era buffo.

– Bari regna! – aveva esclamato ripiombando nel mezzo della festa e poi tutti a ridere. Tranne Gaetano che dovette spiegare ad Helena il valore culturale delle murge fra ganja e birra Lidl. Marcatura a zona, tattica del bombardamento diceva: imbattile.

Non passarono che forse un paio di minuti che Gabriele fischiettava per i viali.

I wanna live! Ma ci sono quei piatti nel lavandino da lavare. Tu e il tuo strano accento sulla e potete andare a cagare. Bari regna, Lecce merda! –

Così l’asfalto sapeva di Cointreau, di scotch scadente e di quella gazzosa sgasata come i suoi capelli biondi quasi quanto il grano del sud Gaetano. E i lampioni cedevano il passo, uno ad uno. Le occhiaie avrebbero ancora avuto quel colore, ne era certo, come poteva essere sicuro che il sole salisse anche l’indomani e la luna sarebbe tornata, prima o poi, ancora alta.

Era Bologna, era il 2008. Era la gazzosa.

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