Prosa

Dialoghi da 50€ – L’alba

31 dicembre 2017

L'alba è un racconto breve sul dolore e sul sesso

– Parlami del tuo dolore, di quello che senti.

Mi ammutolisco. Ma è chiaro che lo faccio solo per attirare l’attenzione, il mio macabro rituale con cui illudo gli altri di essere vulnerabile. E non lo sono.

– Non so di preciso di cosa sia fatto questo malessere. È un gonfiore conficcato nel cuore. A giorni vorrei farla pagare a tutto il mondo.

– Che colpe hanno gli altri?

– La stupidità non è abbastanza? L’ignoranza? La banalità, poi! Aprono la bocca per mangiare come porci e per urlare come idioti, non sanno fare altro. Non capiscono, non pensano, non sono neppure coscienti del proprio misero ruolo su questo pianeta fetido, sporco e sadico.

– Pensi quindi di essere migliore degli altri?

Soltanto perché so di essere marcio, ma sono come tutti poltiglia e ammasso di carne e sperma. Le viscere, quelle mi rendono la bestia che sono, i miei pensieri un malato, un folle per molti.
Io non dormo, invece rifletto costantemente. Sulla vita, sulla notte che mi cala in testa, sul cazzo che entra in una fica, ci pensi mai tu? No! E non c’è nulla di eccitante. È morire, diamine. Un lurido sforzo per aprire la mia oscurità e poi muoio schiantandomi violentemente in un’onda calda e bianca. Non riesco ad esserne felice. Ma lo desidero, desidero quel bacio di morte, un soffio gelido che lascia sottendere le pene dell’inferno e che poi ti spazzano via.
È allora che non penso più. Nell’onda bianca, quando il mio cazzo trema dagli spasmi, io non penso. Io sono libero. E vulnerabile.

Noto simpaticamente che appena pronuncio la parola cazzo lei si imbarazza e due piccoli rossori le scaldano le guance. Deglutisce, si sistema la camicia, i capelli. Il seno le si inturgidisce.

– Tu provi dolore perché sai di amare il tuo dolore. Ci hai mai pensato?

– Non lo definirei amore, meglio orgoglio. Io ci scopo col mio dolore. Lo tocco, lo lecco, lascio che mi fotta la testa. L’asfissia del mio dolore mi eccita da morire. Mi rende me, non ne esiste un altro. Esisto io, il mio male, la mia testa, i pensieri, il cazzo, le mie mani, la lingua, le illusioni, le erezioni, le mie poesie. Sono un’ammasso di cazzo e di poesia.

È vulnerabile. Guarda l’ora.

– E comunque sì, amo il mio dolore. Mi rende vivo e mi rende cosciente di avere ancora la mia mente. A me serve solo quella. La testa, serve solo quella. Per scrivere e per scopare, entrambi i miei vizi vogliono la testa. Entrambi i miei vizi richiedono che io sia pazzo.

Mi alzo e rimane di stucco. Ma fa fatica a dire una parola.

– Ci vediamo settimana prossima. Magari mercoledì avrò meno dolore in corpo, meno rabbia. Ma ci sarà sempre. Il mio male è come l’alba e chi non ama l’alba?

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