Io, me e l'eros

On the road, again

4 aprile 2017

Funziona così. Sempre.Quando sei fatto come me hai la necessità di vivere di estremi. Di per sé non è una cosa malvagia, meglio che la codarda indifferenza di fronte a ciò che la vita ci propone, ma si capiscono bene le conseguenze che questa struttura di personalità comporti. È un fuoco che arde o che muore, il resto è soltanto noia.

Forse vivermi accanto non sarà semplice ma vivermi dentro lo è, per questione di onestà, di morale, di etica, di bontà di spirito. Io dentro me ci vivo bene, la mia anima ci vive alla grande, la mia testa ci sguazza. Ma è l’inferno, lo so.

Così inizia questa storia, che poi storia non è. Piuttosto è il primo pezzo di un taccuino, nuovo, ancora sigillato che ho nel taschino. È una lettera indirizzata a me e a chiunque voglia leggerla. Ma è per me, non che sia intima solo che è scritta per me. Scritta oggi, per me.

È aprile, 2017. Fin qui ci siamo. Fra pochi giorni il mio sole avrà fatto 30 bei giri intorno al mio faccino e non mi importa. Dei numeri, del resto, me ne è sempre interessato il giusto. Ho vissuto ogni cosa come era giusto, al massimo, ho goduto di ogni età, di ogni anno, potrei elencare così tante cazzate da finire di annoiarmi di chiacchiere. E che meraviglia. Le storie e i volti, tutti in un baleno. Perché la vita è un po’ così, se ne sta lì in balia del tempo e se te ne preoccupi finisci per scorrere e null’altro. È così giusto essere estremi in questo caso. Vivere è una cosa leggera che va presa sul serio, è roba da viaggiatori, da professionisti dei pensieri, di chi racconta coi propri occhi di quello che c’è. Vivere è la maturità irrazionale che vive in noi, me la prendo comoda, me la gusto, me la divoro. È una cosa fra me e lei, fra questa vita e i miei occhi.

Io che sono viaggiatore, ci sono nato così, viaggiatore e non turista che è roba di chi sta nel mezzo, di chi vive fra gli estremi. Io sul filo del rasoio ci danzo, rischio la mia sanità mentale, le mie emozioni, la mia cazzo di faccia. Perché così traspare e allora sì che ne vale la pena. Vale la pena per la verità, perché i codardi non mi sono mai piaciuti, perché i paraculi non servono che a bruciare le fiamme del mio inferno. I flaccidi di morale e di spirito vivono di immortalità, nel lento annoiarsi. 

Io brucio, rapido, e poi crollo, fino a scavare dentro le mie viscere per trovarne il senso, e mi faccio del male, vivo di dipendenze, vivo di dolore, scrivo col sangue che mi scorre dentro finché mi rendo conto che ancora scorre quel sangue e allora viene il momento della risalita. Della purificazione, dell’estremo opposto, dell’ascesa. 

– Sto già prendendo fuoco, me lo sento! –

Indosso già le bretelle del mio zaino e sento quell’odore che solo chi è nato viaggiatore conosce. È la libertà, un sentimento onesto, il vento che canta alle spalle e una strada.

Anche perché la vita non è altro che questo, una strada polverosa. Si cammina, ci si volta, ci si abbevera, ci si ferma gettandosi a terra in preda al panico e al mal di vivere e poi, quando l’alba viene, si cammina a passo ancor più spedito. Io ci penso, eccome se ci penso. Non smetto di raccontarmi storie, crearne, immaginare. Che bellezza. La fantasia. 

Sto scrivendo un bel racconto, meraviglioso. I mie grandi amori, i loro occhi pieni, i mie nonni, quei pochi amici sinceri per cui una birra ghiacciata fra le mani è un abbraccio vivo e protettivo, mia sorella, chi veglia su di me, i miei spiriti dispettosi, l’agiofobia, la depressione che voleva diventare me, i miei muri rosso ciliegia, i miei cazzo di tre nomi, le lingue che parlo, le lingue che si intrecciano alle mie, scopare, bere scotch, l’ibuprofene, allacciarmi le scarpe, i sogni puri dei miei cuginetti, gli aborti dei miei progetti e quelli nuovi ancora avvolti nella plastica protettiva, i libri chiusi nel cassetto, i romanzi appena iniziati, io che scrivo e che penso, che mi guardo allo specchio mentre scopo, io che vado, io che torno, io che so dove sia casa, io che rido, io che piango disperato, io che la mia barba rossa la mostrerei a tutti, io che la sincerità mi fa male lo so, Tintin, le poesie, quando avevo i capelli lunghi rimorchiavo di brutto, la testa, si scopa con la mente ragazzi, io, me, te, loro. È una bella storia e non cambierei nulla, neppure le frivolezze, i dolori, le delusioni, i tradimenti, le codardie, i no, la depressione, il male del mondo, l’accento stupido delle belle ragazze, la musica di merda, perfino quella volta che volevo solo disegnare il sole e non ne ero capace. 

La voglio così la mia vita, coi suoi estremi, con le sue contraddizioni, con le ansie e le erezioni. Vivere e morire, assieme. 

E quindi, grazie a tutti di partecipare alla mia recita, di aver fatto la comparsa o di aver un ruolo principale, grazie per le audizioni ma vi faremo sapere, grazie ad ogni modo. Se vi passerà per la mente un pensiero a me rivolto quel giorno, vi ringrazio, ma non vi chiedo di farlo, né di condividerlo o di manifestarlo. Basta il silenzio, il vostro romanzo personale, fissateli quei miei occhi scuri, li vedete? Ecco, niente, quella è la mia anima. Magari per un attimo o per un giorno si è intrecciata con la vostra che rimane una cosa sorprendente, un diamante unico, un bene prezioso. Questo vale, il resto è il contorno che Pascal mi insegnò a trascurare.

Lo sentite quel vento? Quel profumo di libertà? È il mio treno, è la mia strada. Una nuova pagina del taccuino, un altro passo per chi è viaggiatore, un nuovo sogno, nuovi versi che strimpellano poesia .

Si vive e si muore, assieme. Ma si va, questo conta.

Ci si incontrerà di nuovo fra i vostri racconti, per ora io ho da andare.

On the road, again

Potrebbe piacerti

Rimaniamo in contatto

Iscrivendoti al blog riceverai i nuovi post direttamente nella tua posta elettronica.

Qua la pinna! Grazie per la fiducia concessa al Tricheco.

Ehm, qualcosa è andato storto.

Send this to a friend